martedì 13 maggio 2014

La Genetica di Atlantide

15000 anni fa il suolo europeo era un’immensa lastra di ghiaccio. Ma sulle coste atlantiche una civiltà complessa, una magica forma d’arte fiorivano, lasciando inequivocabili tracce di sé nelle grotte di località disseminate tra la Francia e la Spagna. A Lascoux, a Combarelles, in Dordogna ancora oggi si ammirano gli affreschi risalenti alla cosiddetta cultura “magdaleniana”; e lasciano stupiti per le intuizioni di prospettiva, per la essenzialità del tratto con la quale le figure animali furono fissate per l’eternità. Mandrie di bisonti, sulle pareti di quelle grotte, ancora corrono, ancora fissano con uno sguardo arcano. Tra di loro ogni tanto appare la silhouette di un cervo o di un cavallo. 

Dovevano essere cacciatori, uomini inossidabili, gli artisti che diedero colore a quelle forme. Alla cultura magdaleniana corrisponde antropologicamente l’Uomo di Cro-Magnon: alto, muscoloso. Cacciatore primordiale, abituato a combattere tra i ghiacci della preistoria europea. Infatti, quando il clima divenne più mite paradossalmente anche la sua cultura si estinse. La civiltà dell’uomo dei ghiacci, apparsa sulle coste atlantiche nord-occidentali, sembrò sciogliersi insieme alla glaciazione. Ma forse furono i suoi eredi, quelli che a distanza di cinquemila anni, innalzarono sempre nell’Europa Nord-Occidentale poderosi blocchi megalitici. Imprimendo adesso il proprio genio nella pietra squadrata, così come gli antenati l’avevano impressa nel colore e nelle forme tratteggiate.

Paolo Marini, ricercatore dell’Istituto di Fisica Nucleare di Frascati, ed anche appassionato cultore dell’alta antichità ricostruisce questo affascinante scenario, in un libro edito da Mursia e intitolato Atlantide. Ma perché mescolare i fantasmi della classica isola-che-non-c’è, con le ricerche di una disciplina che necessariamente deve aggrapparsi a prove tangibili, resti materiali analizzabili?

Marini anticipa l’obiezione, seguendo nel suo libro un doppio percorso. Uno è quello strettamente legato ai dati archeologici. L’altro vola invece nel regno astrale della immaginazione dei popoli, della leggenda imperitura. L’autore mostra come i due sentieri, così diversi, procedano in parallelo, talora con una “sincronia” sconcertante. Resta al lettore concludere – in base alla propria forma mentis e agli altri dati di cui è a conoscenza – se le due rette alla fine si intreccino in un nodo stringente.

Tilak Bâl Gangadhar, La dimora artica nei Veda Ma partiamo dai dati positivi: sul finire della preistoria sulle sponde occidentali dell’Europa si manifesta una cultura che conosce l’agricoltura, la pulitura della pietra, le tecniche della ceramica. Una cultura che è capace di smuovere enormi blocchi e di organizzarli in complessi sistemi megalitici. L’area geografica della civiltà megalitica va dall’Irlanda alla Britannia, dalla Francia alla penisola iberica, lambisce anche la Sardegna e Malta. Geograficamente questa civiltà Europea-Occidentale è anteriore a quella degli egizi e a quella dei sumeri. L’ipotesi dell’Ex Oriente Lux, della trasmissione degli elementi fondamentali della civiltà da Oriente verso Occidente perde pregnanza alla luce delle applicazioni del metodo del carbonio-14. 

Nel 4500, quando le civiltà del Nilo e dell’Eufrate albeggiano, la civiltà megalitica dell’area intorno a Dresda è in piena fioritura. Tipiche di questa civiltà sono i Dolmen – celle sepolcrali, talora orientate in direzione della luce sorgente al solstizio d’inverno – e i Menhir, grandi blocchi verticali, che col passare del tempo tendono ad assumere elementi antropomorfi. Mentre queste forme architettoniche appaiono il livello del mare continua a salire e le terre costiere continuano ad inabissarsi per effetto dell’aumento della temperatura: per questo oggi troviamo menhir conficcati sotto il fondale oceanico e file di menhir che malinconicamente “si tuffano” nell’oceano.

Gli effetti fondamentali della fine della glaciazione sono infatti tre: i ghiacci si ritirano verso Nord, a Sud il Sahara da luogo verdeggiante diventa arido e desertico, e sulla costa atlantica le terre gradualmente, inesorabilmente sprofondano sotto il livello del mare. È un destino questo che caratterizza anche la storia geologica del continente americano: le coste orientali dell’America arretrano dopo la glaciazione di oltre un centinaio di kilometri.

Terre sommerse agli albori della storia mondiale. Popoli civilizzati che dalla regione atlantica si spostano più a Est. Qui davvero il passato archeologico sfiora il passato leggendario. Platone parlò di un’isola sacra a Poseidon posta al centro dell’oceano che fu sommersa dai mari, la cui capitale aveva sei cerchi concentrici (è lo stesso modello del complesso megalitico di Stonehenge). La leggenda di Atlantide è condivisa dai Celti, dai Vikinghi, dai Berberi del Nord Africa, che ricordavano il bellicoso regno oceanico di “Attala”. Ed enigmaticamente si ritrova tra gli Aztechi, che ricordavano di provenire dall’Aztlan, posto al centro dell’oceano atlantico. Di questa Atlantide non si è mai trovata traccia tangibile, al di fuori dei ricordi del Mito. Ma l’archeologia ci restituisce oggi un destino preistorico di terre sommerse e di migrazioni di popoli.


Proviamo allora a localizzare geograficamente alcuni punti di origine del "fattore X" collegati alla teoria dell'Out of Atlantis con l'aiuto della paleogenetica.

Doggerland

Durante la glaciazione

Tra 15.000 e 13.000 anni fa (ovvero ai tempi del "Diluvio")

Tra 12.000 e 8.000 anni fa (ovvero ai tempi della "Rinascita" e delle società gilaniche)

Un quadro di insieme

Ora osserviamo la distribuzione dell'aplogruppo R1b

e le correlazioni con il fenomeno del rutilismo (capelli rossi) e del biondismo che, come abbiamo detto associamo alla figura dei Nephilim o comunque dei primi civilizzatori delle popolazioni umane post-diluviane.

e dell'aplogruppo R1a

correlato al fenotipo dei capelli biondi anch'esso caratteristica 'divina' per i nostri remoti antenati


E infine facciamo notare come secondo i genetisti la mutazione degli occhi chiari si è manifestata tra i 10.000 e i 6.000 anni fa, a partire da una zona intorno al Mar Nero. Le teorie “revisioniste" segnalano invece una forte coincidenza dell’attuale diffusione con le aree dell’ex Doggerland e dintorni. Questa è la situazione in Europa:

Possibili migrazioni proto-storiche


Contrapposte alle teorie di diverse autori sull'ubicazione dell'Uhremait antidiluviano, tra cui la già nota (a chi segue gli sviluppi del Progetto Atlanticus, Marija Gimbutas.


A cui mi collego al seguente articolo di Felice Vinci:

L’optimum climatico, il paradiso indoeuropeo e il giardino dell’Eden

Nel volume Omero nel Baltico (1) abbiamo cercato di dimostrare che il reale scenario delle vicende dell’Iliade e dell’Odissea fu il mondo baltico-scandinavo, sede primitiva dei biondi navigatori achei: costoro successivamente discesero nel Mediterraneo, dove, attorno all’inizio del XVI secolo a.C., fondarono la civiltà micenea (2), trasponendovi, oltre ai nomi geografici, anche epos e mitologia, portati con sé dalla perduta patria nordica. Questo tra l’altro ci ha permesso di collegare in un quadro unitario la discesa degli Achei nel mar Egeo con la diaspora di altri popoli indoeuropei, che, all’incirca nello stesso periodo (ossia nella prima metà del II millennio a.C.), si stanziarono nelle rispettive sedi storiche: pensiamo agli Hittiti in Anatolia, ai Cassiti in Mesopotamia, ai Tocari in Turkestan, agli Arii in India (3). Riguardo a questi ultimi, “cugini” degli Achei nonché parlanti una lingua affine (di cui una traccia nel mondo nordico è rimasta nell’attuale lingua lituana), è significativa la tesi del Tilak, un dotto bramino indiano, il quale nel mondo vedico ha ritrovato cospicue tracce di una probabile origine nordica, anzi, addirittura artica (4).

Tilak Bâl Gangadhar, La dimora artica nei Veda In effetti, nella nostra ricognizione del mondo omerico abbiamo riscontrato diversi indizi di una collocazione precedente a quella baltica, ancora più settentrionale, che sembrano localizzare nell’area lappone e sulle coste del mare Artico la sede di una civiltà primordiale, connessa col mondo degli dèi. In particolare, i misteriosi Etiopi, “estremi degli uomini”, menzionati ripetutamente da Omero, hanno una collocazione assolutamente incongruente con la ben nota Etiopia africana: essi invece sembrano collocabili tra Capo Nord e la penisola Nordkinn, all’estremità settentrionale della Scandinavia (5). Al riguardo, ci sembra assai significativo che i miti indiani menzionino una terra, posta “agli estremi confini del mondo”, corrispondente all’Etiopia omerica: il Mahabharata la chiama “Uttarakuru“, ossia la “terra estrema” o “regione estrema”, denominata in sanscrito “Paradesha“, in iranico “Pairidaeza“, in greco “Paràdeisos“, in ebraico “Pardes” (6). Inoltre, “nella tradizione vedica compare, in luogo di Airyana Vaêjo, l’Uttarakuru come il luogo primigenio degli Arii vedici” (7). Ora, “le fonti Indo-iraniche testimoniano la presenza di un culto solare nella terra dell’Airyana Vaêjo prima che sopraggiungessero i climi glaciali: il culto apollineo, che viene non a caso dalla terra degli Iperborei e che secondo la tradizione si insedia in Grecia, crea in proposito un parallelismo impressionante.

Gli Iperborei, che vivono ai confini dell’Oceano (…) trovano un parallelo con quegli Arii che vivono in un territorio che, secondo le fonti avestiche e vediche, è assolato per sei mesi (o per dieci mesi, secondo la variante delle fonti) con il clima mite, la cui divinità preponderante è quella solare, e con una notte di altrettanti sei mesi (o due mesi, nella precedente variante)” (8). E nell’Inno omerico a Hermes, ambientato nella Pieria (regione contigua all’Olimpo, sede degli dèi), un’apparentemente incomprensibile anomalia astronomica, legata alle fasi della luna, ci riconduce anch’essa ad un ambiente artico, situato al di sopra del circolo polare e, più precisamente, in una regione, identificabile con la Lapponia settentrionale, dove la notte solstiziale si protrae per quasi due mesi (9).

Felice Vinci, Omero nel Baltico D’altronde l’ipotesi della localizzazione artica di una civiltà, impensabile nella situazione climatica attuale, non è affatto in contrasto con quelle che sono le odierne conoscenze scientifiche sull’evoluzione del clima dopo la fine dell’ultima era glaciale: infatti per un lungo periodo, compreso tra il 5500 ed il 2000 a.C., il mondo nordico, fino alle latitudini più settentrionali, godette di un clima eccezionalmente mite, al punto che durante tale epoca – definita dai climatologi “optimum climatico post-glaciale” (corrispondente alla cosiddetta “fase atlantica” dell’Olocene) (10) – la tundra scomparve pressoché interamente dal territorio europeo e l’area della vite si estese fino alla Norvegia (11). Tale situazione si protrasse fin verso il 2000 a.C., allorché l’optimum climatico svanì e subentrò la “fase sub-boreale”, caratterizzata da un clima alquanto più rigido, che rese inabitabili le regioni situate a nord del circolo polare. Ora, il ricordo di un antichissimo disastro climatico è attestato nella memoria di molti popoli: pensiamo ad esempio al Ragnarok dei miti nordici, il “crepuscolo degli dèi” annunciato da una serie di inverni terribili, di cui l’Edda di Snorri ci dà un resoconto drammatico: “Verrà l’inverno chiamato Fimbulvetr (‘inverno spaventoso’): la neve cadrà vorticando da tutte le parti; vi sarà un gran gelo e venti pungenti; non ci sarà più il sole. Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo” (12).

Snorri Sturluson, Edda Ciò a sua volta trova un preciso parallelo nella distruzione, sempre ad opera della neve e del gelo, del paradiso primordiale degli Iranici, l’Airyana Vaêjo: secondo il racconto dell’Avesta, il dio Ahura Mazda avvertì Yima, primo re degli uomini, che una serie di rigidissimi inverni avrebbe distrutto il suo paese; dopo di allora, vi sarebbero stati dieci mesi d’inverno e due d’estate. Ora, questo è effettivamente il clima delle regioni artiche. In sintesi, da tutte le considerazioni sviluppate in Omero nel Baltico e che qui abbiamo sommariamente riassunto (pensiamo anche alle “isole al nord del mondo” della mitologia celtica, da cui sarebbero discesi i Tuatha Dé Danann, gli antichi abitatori dell’Irlanda), emerge che la Urheimat, ossia la sede primordiale degli Indoeuropei, era con ogni probabilità una terra artica, la quale può essere collocata con precisione sulla carta geografica: si tratta dell’estremità settentrionale della Scandinavia, ovvero di quella sorta di “cappello” del continente europeo, affacciato sul Mar Glaciale, che si estende dalla Lapponia settentrionale alle isole Vesterålen e alla penisola di Kola. Fu qui che, a partire da cinque o seimila anni fa, allorché la costellazione di Orione segnava l’equinozio di primavera (13) e il Dragone indicava il Polo Nord (14), si sviluppò l’originaria civiltà indoeuropea, nel periodo climaticamente più favorevole che si sia mai verificato in tale area. Successivamente però il tracollo del clima, attestato da varie tradizioni, la rese inabitabile, costringendo le popolazioni ivi stanziate a cercarsi nuove sedi a latitudini più meridionali.

Enrico Campanile, Bernard Comrie, Calvert Watkins, Introduzione alla lingua e alla cultura degli Indoeuropei Osserviamo a questo punto che Yima, il mitico re del paradiso iranico, è chiamato “Yama” nella mitologia indiana, dove è il signore dei morti. Egli ha pertanto un preciso corrispondente nell’Odissea: ci riferiamo ad Ade, il signore dei morti omerico. Il suo lugubre regno, caratterizzato da quattro fiumi (15), è localizzabile nell’area lappone (16). D’altro canto Yima – che si potrebbe anche accostare a Ymir, un gigante primordiale dei miti nordici – fu il primo uomo a conoscere la morte. Questo lo riconduce ad Adamo, il progenitore dell’umanità secondo la Bibbia. Dunque il mitico regno di Yima-Yama si può accostare al paradiso biblico, ossia al giardino dell’Eden, dove il Signore pose Adamo, il primo uomo. Al riguardo, il libro della Genesi caratterizza geograficamente la regione dell’Eden in modo molto puntuale, menzionando i quattro fiumi che da lì si dipartono: “Il nome del primo fiume è Pison; esso circonda tutta la regione di Avila, dove si trova l’oro; l’oro di quel paese è puro; là si trova pure la resina profumata e la pietra onice. Il nome del secondo fiume è Gihon: esso circonda tutto il paese di Etiopia. Il terzo si chiama Tigri e scorre ad oriente di Assiria. Il quarto fiume è l’Eufrate” (17). Però, al riguardo, nell’area mesopotamica si ritrovano soltanto il Tigri e l’Eufrate, mentre gli altri due fiumi sono inesistenti. Non solo: questi fiumi che, secondo la Bibbia, nascono nella zona di Eden vanno ad interessare due regioni, l’Etiopia e l’Assiria, dislocate addirittura in continenti diversi! Si tratta di assurdità – per non parlare di quella misteriosa “regione di Avila”, con il suo oro fino, mai localizzata da nessuna parte – che sembrano rendere il racconto biblico geograficamente inverosimile.

A questo punto un nostro lettore, il dott. Luigi Cesetti di Falerone, ci ha segnalato che, ove questo problematico “paese di Etiopia” fosse l’Etiopia omerica, che abbiamo ritrovato all’estremità settentrionale dell’Europa, tutto sembrerebbe andare a posto. Esaminiamo infatti il fiume che la bagna, il Tana (che pertanto corrisponderebbe al Gihon biblico): esso nasce in una zona della Lapponia finlandese, nell’area di Enontekiö (nome che significa “che fa grandi fiumi”) (18), da cui effettivamente si dipartono vari altri fiumi. Uno è l’Ivalo, che i Lapponi (o Sami) chiamano “Avvil”. L’assonanza con “Avila”, la regione biblica dell’oro, da sola potrebbe essere casuale, ma proprio questo territorio è ricco d’oro, come attesta il museo dell’oro di Tankavaara (19), a pochi chilometri dal fiume Ivalo. Per di più si tratta di un oro eccezionalmente puro, come afferma il passo biblico: esso arriva a 23 carati (20), il che lo distingue dall’oro estratto dai giacimenti di altre parti del mondo. La resina è secreta da pini e abeti e, per quanto riguarda l’onice, questa zona della Lapponia è ricca di pietre, tra cui il calcedonio e il diaspro, simili all’onice per la composizione dei cristalli.

Isaac Taylor, The Origin of the Aryans. An Account of the Prehistoric Ethnology And Civilization of Europe E gli altri due fiumi, ossia i “prototipi” del Tigri e dell’Eufrate? Sempre nell’area di Enontekiö nascono un affluente del Mounio-Tornionjoki e lo Ounas-Kemijoki, che scorrono in parallelo verso sud per poi sfociare vicini all’estremità settentrionale del Golfo di Botnia. Il complesso di questi fiumi, con il territorio da essi racchiuso, delinea una sorta di “Mesopotamia” finnica, straordinariamente rassomigliante a quella asiatica (v. tavola annessa). Potrebbe essere dunque questa la regione di “Ur dei Caldei” da cui partì Abramo, diretto verso la Terra Promessa, e da dove discesero i Sumeri (21), che l’avrebbero poi trasposta nella Mesopotamia a noi ben nota. Il cambiamento del clima la avrebbe poi resa inospitale, come ci ricorda il profeta Isaia: “Ecco che il Signore spopola la terra, la devasta, ne altera l’aspetto, ne disperde gli abitanti” (22). Potrebbe essere la “Terre Gaste” dei miti arturiani! Questo concetto a sua volta trova un preciso riscontro nella “dimora in rovina (d?µ?? e???e?ta) di Ade”, menzionata nell’Odissea23, a cui pure sono associati vari fiumi e che è anch’essa localizzabile nell’area lappone (24).

Avila-Avvil ricorda poi la leggendaria “Avalon” del mondo arturiano, che probabilmente fa riferimento alla sede primordiale celtica: ciò sembra far sospettare un rapporto tra caldei e celti, che trova riscontro in certe analogie tra il mondo celtico e quello ebraico (per inciso, nella letteratura celtica si ritrova la locuzione “Terra della Promessa”: “Tìr Tairngiri“) (25). Notiamo anche che, calando la descrizione biblica nel contesto lappone, il mitico giardino, posto “in Eden a oriente” (26), sembrerebbe essere al centro di una sorta di quadrifoglio costituito da quattro regioni (Eden, Etiopia, Avila e Assiria): ciò delinea un quadro singolarmente simile a quello della mitica suddivisione dell’Irlanda, terra celtica per eccellenza, in cui un centro politico-religioso, Tara, era circondato da quattro regioni periferiche. Per inciso, il nome di un fiume edenico, il Pison (o Fison) ricorda Pisa, un toponimo sia finnico che lappone menzionato anche nel Kalevala (27).

Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa Tra le osservazioni del Cesetti, di particolare interesse è poi il riferimento ad un altro versetto della Bibbia: “Caino si allontanò dalla presenza del Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden” (28). Ora, ad est di Enontekiö, ossia “a oriente di Eden”, nella Lapponia russa si trovano il fiume Nota ed il lago Nota (Notozero). Inoltre, scendendo a sud del bacino del Nota, s’incontra la regione di Kainuu (29), in territorio finlandese, situata ad est del golfo di Botnia. Essa corrisponde al territorio dei Lapiti omerici (30), tra i quali l’Iliade ricorda Caineo, avo di un eroe lapita che partecipò alla guerra di Troia (31). Ciò potrebbe indicare che i discendenti di Caino, allorché il clima iniziò a tracollare e la tundra prese il sopravvento rendendo inabitabili le regioni situate al di sopra del circolo polare, si spostarono dal bacino del Nota verso un territorio più vivibile, situato ad una latitudine leggermente più bassa.

A questo punto si potrebbe altresì congetturare che il diluvio di Noè sia il ricordo (poi trasposto nel mondo caucasico, importante crocevia di migrazioni dal nord al sud) di una disastrosa inondazione che avrebbe interessato una vasta area della Lapponia settentrionale, il cui territorio è spesso caratterizzato da fitti intrichi di laghi, fiumi e acquitrini (32). In ogni caso, lo stretto rapporto tra il mondo originario semitico e quello a indoeuropeo è attestato, a parte la comune ascendenza di Sem e di Jafet, anche dal passo biblico che proclama l’affinità tra gli Ebrei e gli Spartani: “Ario, re degli Spartani, a Onia, Sommo Sacerdote, salute! In uno scritto riguardante gli Spartani e i Giudei, si è trovato che sono fratelli, perché della stessa stirpe di Abramo (…) I nostri bestiami e i nostri beni sono vostri, e ciò che è vostro è nostro” (33). Sempre riguardo a Sem, colpisce la rassomiglianza del suo nome con quello dei Sami, gli attuali abitanti della Lapponia. Costoro inoltre hanno un monte sacro, il Saana, che ricorda il Sinai, il monte sacro degli Ebrei (alle pendici del Saana giace il lago Kilpis, da cui scaturisce una ramificazione del Mounio-Tornionjoki, il fiume corrispondente all’Eufrate mesopotamico).

Georges Dumézil, Miti e leggende del mondo egeo. Il crimine delle donne di Lemno E Cam, l’altro figlio di Noè? Ritorniamo al Kemijoki, il “fiume Kemi”, che scende dalla Lapponia verso l’estremità settentrionale del Golfo di Botnia: alle sue spalle nasce il fiume Tana, il quale poi si dirige verso quell’Etiopia artica che ritroviamo sia in Omero che nel racconto biblico dell’Eden. Tale configurazione rappresenta quasi uno specchio dell’Egitto africano, la “terra di Kem”, abitata dai discendenti di Cam e situata lungo il grande fiume che proviene dall’Etiopia e dal lago Tana (da cui trae origine il Nilo Azzurro). Dunque i primitivi Egizi, come ci conferma una serie di indizi riguardo ad una loro possibile origine nordica (in primis il culto spiccatamente solare) (34) forse provenivano anch’essi dall’area lappone: essi poi, in analogia a quanto accaduto in Mesopotamia, una volta arrivati nella valle del Nilo (passando probabilmente per la Caucasia, dove lasciarono significative tracce toponomastiche riscontrate dal Flinders Petrie (35)) ricostruirono a modo loro il remoto mondo artico da cui erano discesi. D’altronde anche i loro documenti, proprio come la Bibbia e gli stessi poemi omerici – pensiamo alla terra dove i Feaci vivevano accanto agli dèi, alla Pieria dell’Inno a Hermes, alle sedi dell’Olimpo, degli Etiopi e dell’Ade, tutte collocabili nell’area lappone – ricordano la loro patria originaria come la “terra degli dèi”.Insomma, se già la Lapponia ci ha dato non pochi indizi per localizzarvi la sede della sede primordiale indoeuropea, ora queste convergenze con l’Eden biblico da un lato ne rappresentano una conferma, dall’altro allargano il quadro a prospettive ancora più stupefacenti, dando una sostanza sia storica, sia geografica alla concezione tradizionale dell’origine “iperborea” della nostra civiltà, e saldandola nel contempo al concetto biblico della comune origine dei semiti, dei camiti e degli indoeuropei.

Jean Mabire, Thulé: Le Soleil retrouvé des hyperboréens Tutto ciò invece va irrimediabilmente a cozzare con la vecchia idea dell’origine orientale della civiltà europea (“Ex Oriente Lux“) (36). Peraltro va notato che tale concetto è stato ormai da tempo messo in crisi dall’introduzione della datazione col radiocarbonio, corretta con la dendrocronologia (cioè la calibrazione con gli anelli annuali degli alberi). Al riguardo, un autorevolissimo studioso come il prof. Colin Renfrew afferma che “si verifica tutta una serie di rovesciamenti allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell’Europa occidentale diventano ora più antiche delle piramidi o delle tombe circolari di Creta, ritenute loro antecedenti; (…) in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell’inizio della civiltà micenea” (37). Insomma, lo spostamento delle origini della nostra civiltà dall’oriente al settentrione risulta perfettamente in linea con le più recenti acquisizioni della scienza. È altresì evidente che le precedenti considerazioni richiedono ulteriori verifiche ed approfondimenti da parte degli specialisti nei vari ambiti da esse toccati: noi preferiamo dunque considerarle un punto di partenza, più che di arrivo, nella ricerca delle origini della civiltà umana.

Note

1 F. Vinci, Omero nel Baltico, terza edizione, Palombi Editori, Roma 2002 (una sintesi è apparsa su Episteme n. 2 – 21 dicembre 2000).

2 L’origine nordica della civiltà micenea è stata proposta da vari autorevoli studiosi, tra cui lo storico delle religioni Martin P. Nilsson ed il filosofo Bertrand Russell.

3 In questo quadro si può inserire il fatto che l’età del bronzo in Cina è iniziata nello stesso periodo, cioè tra il XVIII ed il XVI secolo a.C.

4 B.G. Tilak, La dimora artica nei Veda, Genova 1994.

5 Omero nel Baltico, p. 366 sgg.

6 B.G. Tilak, Orione: a proposito dell’antichità dei Veda, Genova 1991, p. 15 (premessa di G. Acerbi).

7 Antichi popoli europei, a cura di O. Bucci, Roma 1993, p. 56.

8 Ibid., p. 59.

9 Omero nel Baltico, p. 360 sgg. Anche l’articolazione del primitivo calendario romano su dieci mesi (l’ultimo dei quali era infatti chiamato December) potrebbe essere indizio di una provenienza artica.
Bernard Sergent, Les trois fonctions indo-européennes en Grèce ancienne. Tome 1: De Mycènes aux Tragiques 10 Per i dettagli sull’evoluzione del clima nel periodo olocenico (così viene definita l’età post-glaciale), v. ad esempio: M. Pinna, Climatologia, Torino 1977; F. Ortolani, Le variazioni climatiche storiche, in Integralismo ambientale e informazione scientifica, Atti della giornata di Studio AIN 2001, Roma 2001, p. 97 sgg.; Enciclopedia Treccani, voce “Olocenico, periodo“.

11 Un altro periodo climaticamente favorevole, però assai più breve dell’”optimum” preistorico e con temperature meno elevate, si verificò per circa tre-quattro secoli a cavallo dell’anno 1000 della nostra èra, allorché i Vichinghi colonizzarono l’Islanda e la Groenlandia (la “terra verde”) e, proprio in virtù di tali condizioni favorevoli, riuscirono a raggiungere le coste settentrionali del continente americano. Addirittura, nel XII secolo è attestata una diocesi cattolica, con un vescovo vichingo, sulla costa groenlandese antistante il Labrador.

12 Gylfaginning, 51.

13 Nel suo Orione il Tilak dimostra che la primitiva civiltà vedica si sviluppò nel “periodo orionico”, allorché l’equinozio di primavera approssimativamente corrispondeva alla costellazione di Orione (4000-2500 a.C.). Adesso noi sappiamo quello che il Tilak ignorava, cioè che quel periodo coincise proprio con la fase culminante dell’optimum climatico. Ve ne rimane un ricordo anche nella mitologia greca: infatti esso probabilmente s’identifica con la felice età di Crono, il re dell’età dell’oro (poi soppiantato da Zeus, che ha tutte le caratteristiche del “dio della tempesta” indoeuropeo).

14 La posizione polare assunta dal Dragone a quell’epoca – nel 2830 a.C. la stella Alpha Draconis, o Thuban, si trovava a pochi gradi dal polo celeste – lo fece assurgere ad emblema nonché signore del cielo stellato notturno: ecco perché l’Apollo iperboreo, ossia il principio solare (alias Ra, Thor, Michele, San Giorgio, Maui, ecc.) al suo ritorno dalle tenebre solstiziali lo “uccideva” a colpi di frecce (ossia con i suoi raggi). Riguardo all’Apollo iperboreo, v. M. Duichin, Apollo, il dio sciamano venuto dal Nord, in Abstracta n. 39, Luglio-Agosto 1989.

15 Od. X, 512-514. Notiamo che nel mondo di Ade Omero menziona un particolare sacrificio (Odissea, XI, 131), presumibilmente antichissimo, analogo al sautramani indù ed al suovetaurilia romano. D’altronde tutto l’episodio è caratterizzato da aspetti che denotano un’estrema arcaicità nonché, probabilmente, un sottofondo di tipo “sciamanico” (v. Omero nel Baltico, p. 374 sgg.).

16 Omero nel Baltico, p. 370.

17 Genesi 2, 11-14.

18 Le informazioni sulla Lapponia sono per la maggior parte tratte dal libro Iter Lapponicum di Ada Grilli Bonini, Bergamo 2000.


20 A. Grilli Bonini, Iter Lapponicum, p. 277. M. Monier-Williams, A Sanskrit-English Dictionary. Etymologically and Philologically Arranged with Special Reference to Cognate Indo-European Languages 21 Il dott. Giuliano Bruni ci segnala che in sanscrito “Sumeru” indica il polo artico (Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary). Al riguardo, potrebbe essere significativo il fatto che il Kojiki, testo sacro shintoista, chiami “Sumera” i primi imperatori del Giappone (inoltre riporta diversi miti assimilabili a quelli classici non solo per le vicende, ma anche per i nomi: ad esempio, il “giapponese” Inaihi ha una serie di vicissitudini del tutto simili a quelle del “greco” Inaco; per di più Inaihi ed Inaco hanno due congiunti anch’essi pressoché omonimi: Mikenu e Micene, rispettivamente fratello dell’uno e figlia dell’altro).

22 Isaia 24, 1.

23 Od. X, 512.

24 Omero nel Baltico, p. 370 sgg. Notiamo altresì che il nome di Ade, il signore dei morti omerico, sembra ricordare il biblico Adamo e lo stesso Eden. D’altronde Ade, chiamato anche “Aidoneo” da Omero, ha vari tratti in comune con Adone, che a sua volta è legato al mondo sotterraneo nonché a un albero (in tale quadro, ci sembrano meritevoli di attenzione anche i cosiddetti “giardini di Adone” del mondo classico).

25 MacCulloch, La religione degli antichi Celti, Vicenza 1998, p. 352.

26 Genesi 2, 8.

27 La stessa radice si ritrova in vocaboli omerici quali p?s?? (pisos, “luogo irrigato”) e p?da? (pidax, “sorgente”). Notiamo che nomi dell’area “ligure” (i Liguri erano un’antica popolazione probabilmente indoeuropea) quali Pisa, Savona e Levanto si ritrovano pressoché inalterati nel mondo finnico: Pisa, Savonlinna, Levanto.

28 Genesi 4, 16.

29 Treccani, app. 2000, voce “Finlandia“, tab. 2 (v. anche sito http://www.kainuu.com/eng/).

30 Omero nel Baltico, p. 262 sgg.

31 Il. II, 745-746.

32 Se si ammette che il racconto del diluvio, diffuso fra tanti popoli, possa avere un fondamento storico, il ritenere che il monte della salvezza sia collocabile nella regione caucasica, tra cime alte più di cinquemila metri, appare francamente assurdo! È invece ragionevole supporre che esso abbia avuto un prototipo altrove, ossia in un territorio pianeggiante, caratterizzato qua e là da rilievi isolati e soggetto ad alluvioni, proprio come il territorio della Lapponia.

33 I Maccabei 12, 20-23. Il concetto della comune origine di Ebrei e Spartani è ribadito in II Maccabei 5,9. Sui non pochi punti di contatto tra il mondo omerico e quello biblico ci soffermiamo nel cap. XVIII di Omero nel Baltico. Qui aggiungiamo l’analogia del sacrificio di Abramo descritto in Genesi 15, 9 con i presumibilmente antichissimi riti che si ritrovano pressoché identici in Omero, nella cultura indù e nel mondo romano arcaico (v. nota 15).

34 v. capp. XIII e XVIII di Omero nel Baltico. Sottolineiamo in particolare la straordinaria rassomiglianza tra il mito di Osiride, fatto a pezzi, sparito, ritrovato, ricomposto e resuscitato, ed una pressoché identica disavventura capitata all’eroe finnico Lemminkäinen (runi XIV e XV del Kalevala): entrambi agevolmente spiegabili in termini di metafora del ciclo annuo del sole nelle regioni artiche (v. Omero nel Baltico, p. 279).

35 The Origin of the Book of the Dead, in Ancient Egypt, June 1926, citato dal de Rachewiltz ne Il libro dei morti degli antichi egiziani, Milano 1958, pag. 8.

36 A tale concezione hanno probabilmente contribuito sia l’antichità delle civiltà mesopotamiche, sia l’indicazione (fraintesa) della Genesi riguardo alla localizzazione del giardino dell’Eden “a oriente”, nei pressi delle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate 37 C. Renfrew, L’Europa della preistoria, Bari 1996, p. 63.

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