martedì 8 ottobre 2013

Perché l'Uomo ha perso i peli? Origini Anfibie del genere Homo

Darwin ha sempre ragione, anche quando semina dubbi. Sulle origini dell’uomo, per esempio, non ha scritto granché e l’idea - poi confermata - della nostra discendenza dalle scimmie ha finito per spalancare più problemi che soluzioni. E’ vero che siamo scimmioni un po’ trasformati, ma sul resto i dubbi abbondano. Per esempio il geniale Charles non era del tutto sicuro dei perché fossimo diventati scimmie nude, per usare le definizione di un celebre libro di Desmond Morris di qualche tempo fa.

Colpa della selezione sessuale, tagliò corto: le femmine glabre erano più eccitanti di quelle irsute. Eppure nemmeno lui, abituato a rimuginare in continuazione ogni idea, era così soddisfatto della spiegazione. E ora, nel 2009, 200 anni dopo la sua nascita e a 150 dalla pubblicazione dell’«Origine delle specie», si deve ammettere che di passi avanti ne sono stati fatti pochi. Se c’è chi crede di aver risolto l’enigma, è perché l’ha sbrigativamente messo da parte.

E allora torna a farsi sentire Elaine Morgan, anziana signora inglese famosa per i guizzi di anticonformismo. Non è un’accademica, ma una delle maggiori scrittrici di scienza, autrice di bestsellers che provocano i professori. L’ultimo, «The Naked Darwinist», è stato accolto da Morris con rispetto. La domanda è sempre la stessa: perché tra 5 mila specie di mammiferi terrestri siamo quella che ha buttato via il pelo? E stavolta ha scelto la rivista «New Scientist» per spiegare che la sua teoria alternativa - siamo scimmie nude perché acquatiche - è destinata a prevalere.

Guarda caso, sempre «New Scientist», nel 1960, aveva ospitato il primo - e provocatorio - articolo sull’argomento: era scritto da Alister Hardy, biologo di Oxford che, spaventato dal profumo eretico delle proprie conclusioni, si affidò a un settimanale divulgativo. Un gruppo di antenati - sosteneva - era sì sceso dagli alberi, ma aveva scelto come habitat le spiagge e i bassi fondali. Lì, in un ambiente ricco di risorse e povero di predatori, si era specializzato, conducendo un’esistenza anfibia e sviluppando una singolare epidermide con due caratteristiche niente affatto scontate: mancanza di peli (o pochi) e un impermeabile strato di grasso.

Pochi lo presero sul serio, perché l’ortodossia del momento - che continua ancora oggi - era inchiodata su un’altra teoria, quella della colonizzazione della savana. Ci pensò allora Mrs. Morgan a prendere il testimone, con libri dai titoli eloquenti, come «The Aquatic Ape», «The Scars of Evolution» e «The Aquatic Ape Hypothesis». Gli antropologi classici - dice lei - non hanno risolto un bel nulla e si è messa a smontare le loro spiegazioni sulla pelle nuda. Aiutava a non sudare troppo, come diceva Raymond Dart? (No, perché nessun altro mammifero ha scelto questa soluzione). Contribuiva a sviluppare un cervello più sofisticato, come diceva Stephen Jay Gould? (No, perché non è dimostrato che così incrementiamo i rapporti sociali). Permetteva di sbarazzarsi dei parassiti, come ha detto di recente Mark Pagel? (No, perché lo «spulciamento» delle scimmie è un potente meccanismo di coesione).

Sono invece le ricerche di ultima generazione - ribatte la Morgan - a incrinare le illusorie certezze su quella morbida superficie che l’homo sapiens si diverte a coprire e scoprire, a pitturare e a scarnificare. E a trasformare in oggetto di desiderio. Un esempio sono le clamorose scoperte di David Reed del Museo di storia naturale di Gainesville, in Florida, sul Dna delle pulci dell’uomo e dello scimpanzé. Siamo glabri perché lo erano già i nostri predecessori di 3,3 milioni di anni fa, ai tempi dell’Australopithecus afarensis, mentre l’omonima Kaye Reed della Arizona State University ha ricostruito quanto numerosi fossero gli ambienti degli ominidi: non solo foreste e spazi aperti, ma paludi, fiumi e coste, vale a dire le zone di frontiera tra terra e acqua che intrigano Elaine Morgan.

Non è un caso che tra i reperti di un pranzo primordiale ci siano quelli, riemersi in Sud Africa, a base di pesce e molluschi (un sushi ante litteram) e che Jon Erlandson della University of Oregon abbia tracciato i percorsi alternativi della colonizzazione del pianeta: a colpi di primitivi remi, tra 60 e 70 mila anni fa, i sapiens saltellarono da un’insenatura all’altra, dal Mar Rosso all’India. 

Siamo stati marinai prima ancora che nomadi delle praterie. Tutte prove che danno forza alle convinzioni della terribile signora: senza l’interludio acquatico - in un periodo ancora da definire tra 6 e 2 milioni di anni fa - non avremmo imparato a camminare eretti e non avremmo perso il meglio dell’olfatto. E nemmeno avremmo narici elastiche e la laringe «infossata». E naturalmente la straordinaria pelle che ci fa sembrare delfini. 

1 commento:

  1. spiacente: escludere l'ipotesi aliena, significa parlare a vanvera....

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