mercoledì 17 luglio 2013

I Figli di Mosè - La Nascita della Cospirazione Millenaria

In tutte le opere che trattano di Mosè ci sono interminabili dissertazioni sui suoi genitori naturali e soprattutto su quelli adottivi, che secondo alcune tradizioni sarebbero da ricercarsi addirittura nella famiglia del faraone. Nessuno, però, parla mai della famiglia formata dallo stesso Mosè, dei suoi figli e dei suoi discendenti. E’ un argomento che sembra oggetto di un rigoroso tabù: invano se ne cercano notizie nelle innumerevoli opere che trattano del profeta.

I discendenti dei grandi fondatori di religioni, di solito, occupano posizioni di tutto rilievo nelle società che hanno adottato quelle religioni. I discendenti di Confucio, per esempio, sono tuttora venerati nell’estremo oriente e quelli di Maometto (per la precisione di sua figlia Fatima) hanno regnato e regnano tuttora su tutte le monarchie arabe. E i discendenti di Mosè che fine hanno fatto? Logica vorrebbe che fossero tenuti in grande considerazione in seno ad Israele e che occupassero una posizione di rilievo per lo meno nella sua organizzazione religiosa. Invece nella bibbia, la quale, si voglia o no, è l’unica fonte di informazioni storiche su Israele, non esiste il minimo cenno esplicito a questo proposito. A giudicare dal silenzio che li circonda, sembrerebbero svaniti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Eppure non c’è dubbio che Mosè abbia avuto dei discendenti.

Quando Mosè fuggì dall’Egitto, si rifugiò nel paese dei madianiti e trovò ospitalità presso il sacerdote Ietro, “che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Ghersom” (Es. 2,22). Più tardi Zippora gli diede un secondo figlio maschio, Eliezer. Quando tornò in Egitto per organizzare l’esodo, Mosè lasciò moglie e figli presso il suocero Ietro, che glieli riportò in seguito, a Refidim, nei pressi del monte sacro. Il capitolo 18 di Esodo è interamente dedicato a questo episodio:

“Ietro, suocero di Mosè, venne da Mosè con la sua moglie e i suoi figli, nel deserto dove era accampato, al monte di Dio. E disse a Mosè: “Sono io Ietro, tuo suocero, che vengo da te, con tua moglie, e con lei ci sono i suoi due figli.”

Questa è l’ultima volta in cui Zippora e i due figli di Mosè vengono nominati nel Pentateuco. Da questo momento in poi non si dice più una sola parola su di loro. E’ un silenzio che appare incredibile, enorme. Può essere attribuito soltanto a due cose: o c’è stata una censura che ha tagliato o mascherato, a seconda dei casi, tutte le notizie relative alla famiglia di Mosè; oppure questa famiglia è sparita, per un qualche motivo, prima dell’invasione della Palestina. Ma se così fosse stato, il racconto avrebbe dovuto riportarlo. La cronaca dell’Esodo è precisa e dettagliata e registra un gran numero di fatti apparentemente banali; un fatto così enorme come l’eventuale annientamento della famiglia del protagonista assoluto dell’opera dovrebbe necessariamente essere riportato. In ogni caso, quindi, si deve ammettere che una qualche forma di censura c’è stata, o da parte dell’autore stesso del Pentateuco, oppure successivamente. L’idea che qualcuno abbia voluto cancellare la famiglia di Mosè dalla storia di Israele, sembra incomprensibile. Eppure è un dato di fatto innegabile. Alcune notizie frammentarie e liste genealogiche, sfuggite evidentemente alla censura, nei libri successivi (Giudici, Samuele e Cronache), infatti, ci danno la certezza che i figli di Mosè gli sono sopravvissuti e sono entrati in Palestina al momento della conquista, ed hanno avuto a loro volta dei figli e dei discendenti, che arrivano per lo meno fino ai tempi di re Davide. Ma delle loro vicende, delle cariche ricoperte e del ruolo svolto negli avvenimenti successivi alla conquista non viene detto nulla di esplicito. Questo non è certamente dovuto al fatto che i discendenti del più grande dei profeti fossero personaggi di secondo piano, che potessero venire ignorati dai cronisti dell’epoca. Non è pensabile.

Incongruenze ed omissioni ingiustificabili e molto significative a questo proposito si notano già nell’ultimo libro del pentateuco, Deuteronomio. Questo libro narra i fatti dell’ultima giornata terrena di Mosè, quando egli convoca l’assemblea del popolo ebraico e tiene un grande discorso di commiato, passando pubblicamente le consegne ed il potere ai suoi successori. Ci sono cose che dovevano necessariamente essere riportate nella cronaca di quella giornata, perché ne costituiscono una parte importante, se non addirittura il motivo principale per cui era stata convocata l’assemblea. In particolare manca ogni accenno al sommo sacerdote che era o dovette entrare in carica in quell’occasione.

In mancanza di indicazioni specifiche viene correntemente dato per scontato che il sommo sacerdote fosse allora Eleazaro, figlio di Aronne, che avrebbe ereditato la carica dal padre; ma è falso. Aronne e suo figlio non sono mai stati sommi sacerdoti: questa è una leggenda messa in circolazione successivamente, quasi mille anni dopo, ai tempi di Esdra, che non ha alcun fondamento nei primi libri della Bibbia. Fino a che rimase in vita il sommo sacerdote fu sempre e soltanto Mosè. Lui e solo lui fu l’interlocutore con Dio; fu lui che consacrò il tempio-tenda, lui che consacrò Aronne e successivamente Eleazaro; lui che convocava le assemblee e presiedeva le cerimonie. Aronne fu sempre e soltanto una comparsa. Non ci può essere il minimo dubbio che Mosè assommasse nella sua persona il potere sia civile che religioso.

Nella sua ultima giornata, narrata in Deuteronomio, egli passa pubblicamente il potere civile a Giosuè, ma non quello religioso. A chi andò quest’ultimo? Chi fu designato sommo sacerdote da Mosè al momento del suo commiato dal popolo ebraico? Se il sommo sacerdote fosse stato in quel momento Eleazaro, dovremmo aspettarci che egli comparisse a fianco del profeta come, giustamente, compare il suo erede militare, Giosuè. O quanto meno che il suo nome comparisse nei passi più significativi di un libro quasi interamente dedicato a questioni di carattere religioso e sacerdotale.

Invece il nome di Eleazaro non compare mai nel libro di Deuteronomio, se non una volta, incidentalmente, in relazione alla morte del padre. In nessuna parte di Deutoronomio viene mai precisato chi fosse il sommo sacerdote, né chi avesse diritto al sacerdozio. Il che, in un libro che doveva costituire il fondamento della legittimità delle cariche religiose in Israele, è inammissibile. E’ fin troppo evidente che vi è stata esercitata una censura a questo proposito.

Secondo la consuetudine ed il diritto in vigore presso il popolo di Israele, i figli primogeniti ereditavano sempre la posizione ed i privilegi del padre; per questo la condizione di “primogenito”, che viene sempre specificata nella Bibbia, era ed è tutt’oggi così importante in quella società. 

Non ci sono indicazioni che Mosè facesse eccezione alla norma su questo punto; anzi, il fatto che il racconto evidenzi che Ghersom era il suo “primogenito”, sottintende che veniva considerato quale suo erede e successore. In base alle consuetudini, quindi, e alla logica, dovremmo aspettarci che Mosè abbia presentato come proprio successore alla carica di sommo sacerdote il proprio figlio primogenito. Come pure dobbiamo ritenere che i discendenti del primo e più grande sacerdote di Israele, Mosè, debbano aver ereditato quanto meno lo stato di sacerdoti. Ma nel libro di Deuteronomio i figli di Mosè non sono mai nominati; neppure in occasione della sua morte e sepoltura, il che è decisamente contrario ad una norma perfettamente documentata nel Pentateuco: tutti i patriarchi sono stati sepolti dai propri figli.

Il testo di Deuteronomio, quindi, risulta lacunoso su due punti di assoluto rilievo nell’ambito dei fatti narrati e di importanza capitale nella storia di Israele: i figli di Mosè e l’identità del suo successore alla carica di sommo sacerdote. E’ legittimo ritenere che su questi due argomenti sia stata esercitata una sorta di censura e che fra di essi ci sia una stretta connessione.

Proseguendo con il libro di Giosuè, le omissioni ingiustificate sono assai più evidenti e clamorose e quindi la prova della censura risulta ancora più eclatante. Il libro narra la conquista e la spartizione della Palestina. Terminata la conquista “si riunì tutta la comunità dei figli di Israele in Siloh, (Gs.18,1) … e Giosuè tirò per essi le sorti in Siloh davanti a Jahweh ed ivi distribuì la terra ai figli di Israele.”

Dei 24 capitoli del libro, ben dieci sono interamente dedicati alla spartizione del territorio conquistato fra le varie tribù. In essi vengono elencate una per una tutte le famiglie di Israele, con i territori loro assegnati. La famiglia di Mosè, il personaggio in assoluto più importante, non poteva essere ignorata in questo contesto. Incredibilmente, invece, non vi si trova neppure un singolo cenno in proposito. E’ un fatto sbalorditivo.

Tutti gli ebrei hanno avuto un pezzetto di territorio, anche i personaggi più insignificanti; persino qualcuno dei parenti madianiti di Mosè ha ricevuto la sua parte di eredità in Palestina. Infatti Obab il chenita e i suoi discendenti ebbero un territorio in mezzo a Israele, nella valle del Giordano, vicino a Gerico. Obab era fratello di Zippora e quindi cognato di Mosè; è importante il fatto che egli abbia avuto assegnata una parte di eredità in Israele. A maggior ragione, quindi, i figli veri e propri di Mosè devono aver avuto, all’atto della spartizione, una parte adeguata ai meriti e alla posizione del padre.

Invece nulla: essi non vengono mai nominati, neppure di sfuggita. Quella famiglia sembra sparita, volatilizzata. Sappiamo invece con certezza, dai libri successivi, che al momento della spartizione essa si trovava in Palestina. E’ fin troppo evidente, quindi, che ci deve essere stata una censura nel libro a questo proposito. Non è possibile, infatti, che si tratti di una semplice “dimenticanza” del redattore.

Ma non è l’unica. Dal momento che si cercano nel libro di Giosuè informazioni che dovrebbero esserci e invece non ci sono, non si può fare a meno di rilevare un’altra clamorosa omissione di questo libro.

Fin dalla spartizione, la città di Silo, situata nel territorio montagnoso di Efraim, più o meno al centro del territorio conquistato, si era imposta come la località più importante della Palestina. Una rapida indagine attraverso il testo biblico, infatti, è sufficiente a stabilire che era assurta a città guida di Israele fin immediatamente dopo la conquista della Palestina ed era rimasta tale fino alla sua distruzione, operata dai Filistei ai tempi di Samuele.

Le conferme sono numerose, come per esempio in Geremia 7,12-16, dove il profeta, preannunciando la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, mette in bocca a Jahweh le seguenti parole: “… nella mia dimora che era in Silo avevo da principio posto il mio nome … io tratterò questo tempio (di Gerusalemme) che porta il mio nome e nel quale confidate e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo”. In Giudici 18,31 è detto chiaramente che a quei tempi “la casa di Dio era a Silo”. A Silo, infatti, era stato eretto il tempio a Jahweh dove veniva conservata l’arca dell’alleanza (1 Sam. 4,3). A Silo risiedeva il sommo sacerdote. A Silo tutta Israele portava le proprie offerte per il Signore (1 Sam. 2,13 seg). A Silo tutti gli anni convenivano gli israeliti da ogni parte della Palestina, “per prostrarsi e sacrificare a Jahweh degli eserciti” (Gdc, 21,19; 1 Sam. 1,3). Sulla base di tutte queste indicazioni, così chiare e precise, non è possibile nutrire dubbi sul fatto che, durante tutto questo intervallo di tempo, Silo era stata per Israele quello che più tardi sarebbe stata Gerusalemme.

Ai tempi della spartizione del territorio fra le tribù di Israele, quindi, Silo era in assoluto la città più importante di tutta la Palestina. E il titolare del santuario, in quanto sommo sacerdote, era la massima autorità di Israele. L’autore del libro di Giosuè non poteva ignorare quella che era in effetti l’informazione più importante e significativa di tutto il libro e cioè a chi fosse stata assegnata la città ed il suo santuario. Quindi, delle due l’una: o egli ha omesso deliberatamente di riportare la notizia, per una qualche sua ragione che al momento ci sfugge, oppure essa è stata cancellata successivamente. Se all’epoca della conquista il sommo sacerdote di Israele fosse stato Eleazaro, come vuole la tradizione consolidata ai tempi di Esdra, è logico aspettarsi che la città sarebbe stata assegnata a lui stesso. Ma il libro di Giosuè non lo dice. Anzi, un controllo accurato del testo permette di stabilire con certezza che la città non fu assegnata a nessuno dei leviti, e tantomeno ai discendenti di Aronne. I leviti ebbero in tutto 48 città, distribuite fra le varie tribù, che sono nominate una ad una, comprese le quattro nella regione di Efraim, dove si trovava Silo: Sichem, Ghezer, Qibsajim e Bet-Horon. Tredici città, anch’esse elencate una ad una, vengono assegnate specificamente alla famiglia di Aronne, vale a dire a Eleazaro, Itamar e ai loro figli. Di Silo neanche l’ombra! Ulteriore conferma è il fatto che Eleazaro fu sepolto a Ghibeat, chiara indicazione che questa era la sua città, passata poi in eredità a suo figlio Fineas.

Silo, quindi, non era stata assegnata ad un levita e tanto meno ad un discendente di Aronne, Eleazaro o suo figlio Fineas. Nondimeno era sede del tempio a Jahweh e vi risiedeva la più alta autorità religiosa di Israele, il sommo sacerdote. Il fatto che nel libro di Giosuè non venga detta una singola parola da cui si possa arguire a chi fosse stata assegnata la città costituisce una omissione altrettanto clamorosa di quella relativa alla mancata menzione della famiglia di Mosè. Non è possibile che il narratore ignorasse proprio quelle che erano le notizie più importanti di quella spartizione, e cioè a chi era stata assegnata Silo e quale fosse la parte di eredità toccata ai figli di Mosè.

In Deuteronomio e Giosuè si hanno numerose indicazioni dalle quali si desume che la famiglia di Mosè è sopravvissuta al profeta, è entrata in Palestina al tempo della conquista ed era titolare della carica di sommo sacerdote a Silo. Si tratta per lo più di prove indirette, consistenti in omissioni importanti che nessuno poteva ignorare a quell’epoca e che dovevano necessariamente essere riportate nel testo. In Giudici, invece, si cominciano a trovare le prime prove dirette ed esplicite.

Ben due capitoli di Giudici, il 17.mo e 18.mo, vengono dedicati a una storia apparentemente strana e avulsa dal contesto narrativo del libro stesso. Si parla infatti di un “certo” levita, figlio cadetto di un personaggio ignoto, che parte da Betlemme in cerca di fortuna e viene accolto incasa di un non meglio identificato Mica, che abitava sulla “montagna di Efraim” e che lo assume come suo “sacerdote” personale. Dopo varie vicende, il nostro sacerdote approda a Dan, dove fonda un santuario. Alla fine dei capitoli si scopre che questo levita “innominato” aveva un nome ben preciso, Gionatan, ed era figlio nientemeno che di Ghersom, primogenito di Mosè.

Questo versetto è importante perché conserva l’evidenza di una censura e mostra come essa sia stata operata con interventi davvero minimi sul testo. Nella versione della Bibbia tratta dal testo masoretico, infatti, il nome di Mosè è stato cambiato in quello di “Manasse”, semplicemente inserendovi una “n”. In tal modo il genitore di Gionatan diventa “Ghersom figlio di Manasse”, personaggio che non esiste nella Bibbia. Manasse era il figlio primogenito di Giuseppe, morto in Egitto almeno mezzo secolo prima, e non ebbe alcun figlio di nome Ghersom. Che si tratti di interpolazione voluta, per sviare l’attenzione da Mosè, appare più che evidente.

Nella versione greca detta dei LXX, (tratta a sua volta da un testo ebraico più antico di quello masoretico), questa corruzione, invece, non è avvenuta. Qui c’è scritto chiaramente che si tratta proprio del figlio di Mosè. Questi due capitoli di Giudici, quindi, confermano in maniera puntuale che la famiglia di Mosè si trovava in Palestina. Forniscono inoltre una informazione molto importante e cioè che i figli di Ghersom erano sacerdoti per diritto di nascita; vale a dire che il sacerdozio era una condizione ereditaria, legata alla famiglia di Mosè.

C’è infine un ultimo particolare di estremo interesse, e cioè il fatto che “Gionatan, figlio di Ghersom, figlio di Mosè, e quindi i suoi discendenti furono sacerdoti della tribù di Dan fino al giorno della deportazione dalla terra. Essi si eressero l’idolo che si era fatto Mica, che rimase in quel luogo per tutto il tempo in cui la casa di Dio fu in Silo” (Gdc. 18,31). E’ evidente da questo cenno che fra Gionatan e il santuario di Silo doveva esistere un legame diretto. La spiegazione più logica e immediata che balza alla mente è che il titolare del santuario di Silo fosse suo padre Ghersom.

Sulla base di queste indicazioni è possibile ricostruire le vicende della famiglia di Mosè con buon grado di affidabilità. Prima della sua morte, in Transgiordania, Mosè deve aver affidato il potere religioso al suo primogenito Ghersom, trasmettendogli la carica di sommo sacerdote. Il potere civile fu invece assegnato “ad interim” a Giosuè, che per le sue capacità militari era l’unico in grado di guidare la conquista della Palestina. Il resto della famiglia di Mosè ebbe come prerogativa la condizione del sacerdozio.

All’atto della spartizione del territorio conquistato, Ghersom ebbe in eredità Silo, dove venne subito edificato il tempio a cui affluivano le offerte da tutta la Palestina. Il titolare del tempio di Silo, in quanto sommo sacerdote, era la massima autorità di Israele. Alla morte di Giosuè, nessuno subentrò al suo posto, per cui la guida del popolo ebraico dovette ricadere interamente nelle mani del sommo sacerdote.

Sappiamo per certo, proprio da numerosi passi del libro di Giudici, che a quell’epoca Silo era il centro politico e religioso di Israele, dove il popolo ebraico conveniva tutti gli anni per portare le proprie offerte al tempio di Jahweh e dove veniva convocato nelle situazioni di emergenza. Ma il nome del sommo sacerdote non compare mai nel testo, né viene mai evidenziato il ruolo della famiglia sacerdotale negli avvenimenti del periodo. Il testo è popolato soltanto di “leviti” senza nome e senza una provenienza precisa, che appaiono dotati di autorità enorme, senza però che ne venga specificata la fonte.

L’opera del censore a questo riguardo è più evidente che mai nel testo di Giudici, perché la mancata menzione di nomi, luoghi e fatti si avverte in modo immediato e diretto ed è tale da rendere incomprensibile buona parte degli episodi narrati e soprattutto da rendere impossibile inquadrare gli avvenimenti in una cornice storica che abbia un minimo di senso. E’ un libro confuso che da un lato, a causa delle sue reticenze, lascia emergere il quadro di un periodo apparentemente in preda all’anarchia ed al disordine sia politico che religioso, mentre dall’altro testimonia in maniera inequivocabile l’esistenza a Silo di una forte autorità centrale riconosciuta da tutto il popolo.

Da notare che anche qui la censura è rivolta essenzialmente alla famiglia di Mosè e all’identità del titolare del santuario di Silo, che sulla base dell’analisi precedente doveva essere appunto Ghersom, primogenito di Mosè. Ma perché mai qualcuno si è preso la briga di cancellare dai primi libri della Bibbia proprio i discendenti di quello che è in assoluto il personaggio più grande e importante di tutta la storia di Israele? La risposta a questa domanda scaturisce con evidenza dall’analisi del testo biblico: i discendenti immediati di Mosè erano personaggi indegni e profondamente invisi alla popolazione ebraica, che mal tollerava il loro primato.

La ragione principale va ricercata nel fatto che i figli di Mosè non erano ebrei, o comunque non potevano essere considerati tali a pieno titolo. Erano nati da madre madianita e cresciuti fra i madianiti, quindi decisamente di cultura madianita. E gli israeliti mal tolleravano di sottostare ad uno che non fosse ebreo al 100%. Questo da solo sarebbe sufficiente a giustificare il desiderio di cancellarli dalle cronache di Israele ed evitare un loro abbinamento alla casta sacerdotale. Si aggiunga il fatto che Ghersom era un personaggio dispotico e sanguinario, autore di azioni raccapriccianti. Ciò si deduce dal testo stesso.

Da un passo di Giudici, molto controverso e sicuramente manipolato, apprendiamo che dopo la morte di Giosuè il potere passò ad un certo “Kusan Risataim, re di Aram. Gli Israeliti stettero sottomessi a Kusan Risataim per otto anni. Allora gli Israeliti alzarono il loro grido a Jahweh, il quale suscitò un salvatore che li liberò: fu Othoniel, figlio di Qenaz…”. Gli esegeti si sono sempre chiesti chi mai potesse essere questo personaggio, che sicuramente non era un re Arameo, né risulta avesse un esercito, una sede, o che avesse invaso la Palestina o compiuto azioni militari di alcuna sorta. La cosa più strana è il nome: “Kusan”, infatti, non è un nome di persona, ma il nome di una località del paese di Madian, da cui venivano Zippora e i figli di Mosè (vedi Abacuc 3,7).

Si tratta senza dubbio di un soprannome, applicato sprezzantemente a qualcuno originario di quella località. Ci vuol poco a capire che si tratta proprio di Ghersom, succeduto a Giosuè nella guida del paese. La conferma ci viene data da uno scritto apocrifo del II secolo a.C. (L’Apocalisse di Mosè) che fornisce una versione di quei versetti leggermente, ma significativamente, diversa da quella fornita dal libro dei Giudici. Infatti egli dice testualmente: “Dopo la morte di Giosuè si pose a capo dei figli di Israele, per ottanta anni, Kusan il terribile. Quindi guidò Israele per venti anni Othaniel, figlio di Kena…”.

“Kusan” è con tutta evidenza il capo israelita che subentra immediatamente a Giosuè nella guida del popolo ebraico. Non un re straniero invasore, quindi, ma sicuramente il titolare del tempio di Silo. E non viene sconfitto da Othaniel, come è detto in Giudici. Kusan, quindi, era il soprannome con cui veniva indicato il titolare di Silo, massima autorità della Palestina. Trasparente indicazione che si trattava proprio del figlio di Mosè, Ghersom, madianita cresciuto a Kusan. E’ un soprannome sprezzante, a cui si aggiunge un appellativo che rivela chiaramente la natura maligna del personaggio. “Risataim”, infatti, significa “dalla doppia malizia”, tradotto dall’apocrifo in “terribile”.

L’appellativo “terribile” lascia presumere che Ghersom governasse con il terrore, e fosse stato protagonista di fatti di sangue che hanno gettato Israele nella costernazione. In effetti gli ultimi tre capitoli del libro sono dedicati ad un episodio raccapricciante, in cui un “anonimo” “levita, che abitava all’interno delle montagne di Efraim” (Gdc. 19,1), squarta la moglie morta in seguito alle violenze subite da alcuni beniaminiti, a cui lui stesso l’aveva abbandonata, e ne manda un pezzo a ciascuna delle tribù di Israele, convocandole a Silo. Qui egli esige che la tribù di Beniamino venga completamente sterminata, donne e bambini inclusi (soltanto alcuni giovani vengono in seguito risparmiati per perpetuare la tribù). Più tardi fa sterminare anche gli abitanti di Jabes del Galaad, perché non si erano presentati all’appello a Silo – Gdc. 21,8-12.

Non c’è dubbio dal contesto che l’anonimo levita protagonista di questo truculento episodio era il titolare del tempio di Silo, tutt’altro che “anonimo”, quindi; ma il suo nome è stato evidentemente cancellato per non coinvolgere la figura di Mosè nel discredito che questi fatti gettavano sulla sua famiglia. Azioni così sproporzionate dimostrano un carattere dispotico e feroce, che certamente non valse ad aumentare la popolarità di Ghersom, già malvisto per il fatto di essere madianita. Era senz’altro il personaggio più odiato e disprezzato dell’epoca. Ed i suoi successori non dovevano essere molto più popolari. Il disprezzo verso la famiglia sacerdotale di Silo traspare con tutta evidenza anche nel libro successivo, quello di Samuele. Il sommo sacerdote Eli e i suoi due figli Ofni e Fineas risultano impopolari e invisi a tutti, descritti come lestofanti avidi e arroganti, interessati soltanto a depredare il popolo. In 1 Sam.2,12, si legge:

“I figli di Eli erano uomini perversi: essi non conoscevano Jahweh né il diritto dei sacerdoti presso il popolo. Ogni volta che uno offriva un sacrificio, veniva il servo del sacerdote, mentre si cuoceva la carne, con un tridente in mano, e lo ficcava nel caldaio: il sacerdote si prendeva tutto quello che il tridente tirava su. … Il peccato dei giovani era molto grande davanti a Jahweh, poiché quegli uomini disonoravano le offerte di Jahweh.”

Se si considera che queste parole sono rivolte ai figli del sommo sacerdote, eredi essi stessi al sommo sacerdozio, si capisce bene di quale profonda impopolarità soffrisse la famiglia sacerdotale in quel periodo. Si capisce anche come nessuno fosse desideroso di sottolineare la discendenza di tale famiglia dal sommo profeta Mosè e come il redattore, o un qualche copista del testo biblico, abbiano omesso deliberatamente ogni accenno che potesse stabilire in maniera evidente un legame fra Mosè ed i suoi discendenti. Mosè era il fondatore della religione ebraica, il garante supremo della legge: non poteva essere travolto, o anche soltanto toccato, dalla impopolarità e dalle malefatte dei suoi indegni discendenti. Occorreva creare un disaccoppiamento. Questo venne a rispondere in seguito anche ad una esigenza di legittimità della famiglia sacerdotale, che non aveva alcun interesse a sottolineare la sua discendenza madianita.

In un primo momento, quindi, si tentò di far sparire dal libro sacro le prove che legavano i discendenti di Mosè al profeta, e questo nell’unico modo possibile: facendo sparire i discendenti stessi. La censura dei testi dovette esercitarsi nel modo più discreto e leggero possibile, limitandosi a cancellare qualche riga qua e là e a sopprimere o modificare qualche nome. Ne risultarono incongruenze vistose e rivelatrici, per cui in un secondo tempo si dovette cercare di mascherarle, trovando un sostituto che potesse assumersi la paternità della famiglia sacerdotale con un minimo di credibilità.

Aronne venne a trovarsi in posizione ideale per questa operazione. Al tempo di Esdra venne indicato di punto in bianco, e senza alcuna giustificazione di tipo genealogico (lo vedremo in seguito), quale antenato dei sacerdoti rientrati a Gerusalemme dall’esilio babilonese e da allora in poi questa è diventata la versione accettata in tutto il mondo ebraico. La famiglia di Mosè è scomparsa, sepolta nell’oblio, nonostante le numerose indicazioni della Bibbia che ne testimoniano l’esistenza. Per una qualche ragione che sfugge alla comprensione, nessuno ha mai osato indagare questo argomento.

Nel libro di Giudici si trova l’evidenza che la famiglia di Mosè è sopravvissuta alla morte del profeta ed è entrata in Palestina e anche la prova che questa famiglia era titolare del santuario di Silo e che ai suoi membri competeva il sacerdozio per diritto di nascita. Nei libri successivi si trovano numerose citazioni dei discendenti di Mosè che confermano tutto ciò in maniera definitiva.

C’è un modo per sapere con certezza chi ha avuto Silo in eredità all’atto della spartizione. Le cariche in Israele, come pure il possesso di beni e città, erano sempre ereditari. Basta quindi controllare chi fossero gli antenati del titolare del santuario di Silo ai tempi di Samuele, per scoprire chi l’ha avuta in sorte all’atto della spartizione. Nei libri di Samuele tutti i personaggi vengono identificati con le loro genealogie, di norma quelli importanti fino a Giacobbe. Il primo libro, infatti, si apre con la genealogia completa di Samuele, che risale fino ad Efraim, figlio di Giuseppe. A maggior ragione, quindi, dobbiamo aspettarci che siano citati gli antenati del gran sacerdote Eli, titolare del tempio di Silo, il personaggio più importante di Israele a quell’epoca. Ma sorprendentemente gli antenati di Eli non vengono citati da nessuna parte. Neppure il nome di suo padre. E’ assolutamente incredibile. Il solito censore all’opera? Senza dubbio; ma c’è un passo, 1 Sam.2,27, in cui il censore lascia filtrare qualche informazione in merito ad un grande antenato di Eli, ovviamente senza riportarne il nome:

“Un giorno venne un uomo di Dio a Eli e gli disse: ‘Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato al tuo antenato mentre gli ebrei si trovavano in Egitto come schiavi nella casa del faraone? Ed egli fu scelto fra tutte le tribù di Israele per me, perché facesse il sacerdote e salisse sul mio altare per far ascendere il fumo dei sacrifici, per portare dinanzi a me l’efod, affinché io dessi alla casa del tuo antenato tutte le offerte fatte mediante il fuoco dai figli di Israele?’”

Sulla base di queste parole, sembrerebbe non possano esserci dubbi che il “grande antenato” di Eli debba identificarsi con lo stesso Mosè: fu a lui e a lui solo che Dio si rivelò mentre gli ebrei erano in Egitto; lui fu sempre l’unico interlocutore diretto con Dio. E fu Mosè a consacrare il tabernacolo e ad offrire i primi sacrifici; fu lui a ungere Aronne ed i suoi figli (Es.29). Tutti i moderni commenti esegetici, invece, sono concordi nel dire che si dovesse trattare di Aronne; come voleva il nostro censore, del resto. Ma la cosa ha poco senso e non trova conferma nel testo. Di Aronne si conoscono tutte le città, e Silo non è fra queste. Mentre Ghersom, figlio di Mosè, e suo figlio Gionatan sono associati a Silo. Dovendo scegliere fra i due, appare praticamente obbligato ritenere che il grande antenato di Eli, cui fa riferimento l’autore del libro di Samuele, fosse lo stesso Mosè.

Se la famiglia di Mosè è realmente sopravvissuta, infatti, non ci può essere il minimo dubbio che deve aver avuto in possesso proprio il santuario di Silo ed ovviamente la carica del sommo sacerdozio, ad esso collegata. E che sia sopravvissuta è dimostrato non soltanto dai cenni che abbiamo visto, ma anche da precise liste genealogiche sfuggite alla forbice del censore nei libri successivi, le quali fra l’altro forniscono indicazioni su quale fosse il ruolo assegnato ai discendenti di Mosè.

Nei libri di Samuele si possono seguire le vicende della famiglia di Eli, da cui discendono tutti i sacerdoti di Israele, dalla distruzione del tempio di Silo fino al termine del regno di Davide, quando Gerusalemme diviene la capitale dei regni riuniti di Israele e di Giuda. I due libri seguenti, 1 Re e 2 Re, consentono di seguire la famiglia sacerdotale lungo i successivi quattro secoli generazione dopo generazione. Abbiamo la certezza che l’ultimo gran sacerdote della serie, Giosedec, figlio del gran sacerdote Seraja ucciso a Ribla da Nabuccodonor, che viene deportato ancora fanciullo a Babilonia, discende in linea diretta da Zadoc, e quindi in definitiva da Eli. Zadoc, infatti, era figlio di Achitub, a sua volta figlio di Fineas, figlio di Eli.

A questo punto cominciano a riemergere nuove prove a favore della famiglia di Mosè. In 1 Cronache 23,14 c’è scritto che “riguardo a Mosè, uomo di Dio, i suoi figli furono contati nella tribù di Levi. Figli di Mosè: Ghersom ed Eliezer. Figli di Gherson: Sebuel il primo. Figli di Eliezer furono Recabia il primo. Eliezer non ebbe altri figli, mentre i figli di Recabia furono moltissimi.”

Di Gherson viene citato soltanto il primogenito, Sebuel, mentre sappiamo da Gdc. 18,31 che aveva avuto per lo meno un altro figlio maschio, Gionatan. Di Eliezer viene citato il primo ed unico figlio, Recabia, ma specificando che quest’ultimo ebbe molti figli. Questo passo fornisce la certezza su un certo numero di punti importanti. Innanzitutto, ancora una volta, che la famiglia di Mosè gli è sopravvissuta ed ha avuto discendenti. In secondo luogo che questo fatto era ben noto in Israele e che non poteva non essere riportato nelle cronache di Giosuè, Giudici e Samuele; pertanto l’ipotesi della censura esercitata sul testo, vuoi dal redattore stesso o da qualcuno successivamente, si conferma come certezza. In terzo luogo ci fornisce l’evidenza che la famiglia di Mosè ha svolto un ruolo di primo piano nella vita religiosa e politica di Israele.

Ulteriore conferma si trova sempre in Cronache, due capitoli più avanti; al versetto 24, si legge:

“Sebuel, figlio di Ghersom, figlio di Mosè, era sovrintendente dei tesori. Tra i suoi fratelli, nella linea di Eliezer: suo figlio Recabia, di cui fu figlio Isaia, di cui fu figlio Ioram, di cui fu figlio Zicri, di cui fu figlio Selomit. Questo Selomit con i fratelli era addetto ai tesori delle cose consacrate, che il re Davide, i capi dei casati, i capi di migliaia e di centinaia e i capi dell’esercito avevano consacrate, prendendole dal bottino di guerra e da altre prede, per la manutenzione del tempio. Inoltre c’erano tutte le cose consacrate dal veggente Samuele, da Saul figlio di Kis, da Abner figlio di Ner e da Ioab figlio di Zeruià; tutti questi oggetti consacrati dipendevano da Selomit e dai suoi fratelli.”

Stando a questo passo ci sono sei generazioni fra Eliezer, secondogenito di Mosè, e Selomit, vissuto ai tempi di David: il conto torna. Torna anche il fatto che i discendenti di Mosè si trovassero a Gerusalemme, al tempo di Davide e soprattutto che fossero in qualche modo collegati al costruendo nuovo tempio. Ad ogni modo, questi versetti ci danno ancora una volta la certezza che la famiglia di Mosè non è svanita nel deserto del Sinai, ma ha seguito (o piuttosto guidato?) gli ebrei in Palestina ed ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano nella storia di Israele. Ma quale? Il passo elenca per intero soltanto i discendenti del ramo cadetto, facenti capo al secondogenito Eliezer, che avevano l’incarico di custodi dei tesori consacrati. Un incarico di tutto rilievo.

La linea principale della discendenza di Mosè, invece, si arresta, come al solito a Sebuel, primogenito di Ghersom, e quindi nipote di Mosè. Ma è evidente che deve aver avuto dei discendenti; ad essi doveva essere riservato un incarico ancora più importante e certamente al di sopra di quello dei discendenti Eliezer: evidentemente il sommo sacerdozio. Sebuel, in quanto primogenito di Ghersom, gli era certamente succeduto nella carica di sommo sacerdote a Silo e certamente l’aveva trasmessa al suo primogenito. E’ proprio qui che la forbice del censore ha spezzato la linea di discendenza di Mosè. Nessuno viene mai indicato come figlio di Sebuel, come d’altra parte nessuno viene indicato quale padre di Eli. Basta ristabilire il
rapporto di parentela fra i due perché tutta la vicenda della famiglia di Mosè risulti chiarita.

Non c’è dubbio che Eli era un discendente di Mosè anziché di Aronne. Di fronte ai pochi passi (due o tre al massimo) in cui si afferma che i sacerdoti discendono da Aronne, ci sono nella Bibbia innumerevoli prove esplicite e dirette che la famiglia di Eli, e dei sacerdoti suoi discendenti, non aveva niente a che spartire con Aronne. Al tempo di Davide, per esempio, i discendenti di Aronne costituivano una famiglia a parte, ben distinta da quella dei sacerdoti. Alla morte del figlio di Saul, Is-Baal, tutti i capi di Israele trattarono con Davide per passare al suo servizio. Di essi esiste una lista dettagliata in 1 Cronache 12, 23-40. Quando si arriva ai leviti vengono citati espressamente “Ioiadà, capo della famiglia di Aronne, e con lui tremilasettecento; e Zadok, potente giovane di valore, e il casato dei suoi antenati con ventidue capi”.

Un’altra notevole “svista” da parte del nostro censore! Fotografa la situazione dei leviti e dei sacerdoti al momento della riunificazione dei regni di Giuda e Israele. Da un lato c’erano i sacerdoti, con Zadok a capo; dall’altro i leviti discendenti da Aronne, che non erano sacerdoti, con a capo Ioiadà. Questo fatto è confermato anche in versetti successivi (2 Sam. 8,15-18). Controllando tutti i passi di Re, Cronache, Esdra e Neemia, si trova che sacerdoti e leviti vengono sempre nominati assieme, ma sempre ben distinti gli uni dagli altri, a sottolineare il fatto che si tratta di due diverse famiglie.

Ci sono prove sufficienti, quindi, per affermare con certezza che il “grande antenato” di Eli era lo stesso Mosè, non Aronne. Ora, finalmente, il mistero della “scomparsa” della famiglia di Mosè sembra risolto. In realtà quella famiglia non è mai scomparsa, ma ha continuato a svolgere un ruolo di primissimo piano nella storia di Israele e non soltanto in quella. La famiglia dei sacerdoti di Israele era costituita dai discendenti di Mosè e solo da loro, per diritto di nascita. Aronne non ha avuto alcun ruolo nella sua genesi.

Una conclusione clamorosa, che va contro la tradizione consolidata oggigiorno, ma che appare inoppugnabile, sulla base dei dati forniti dalla Bibbia.

La Bibbia fornisce elementi sufficienti stabilire con certezza che la famiglia sacerdotale di Israele discendeva da Mosè. Aronne non c’entra per niente. C’è stata censura nei primi libri e ad un certo punto una scelta deliberata, per motivi che non sappiamo, da parte della famiglia stessa di “nascondere” la propria origine mosaica. I libri maggiormente colpiti dalla censura sono quelli di Giosuè e Giudici, dove erano riportate in dettaglio tutte le informazioni relative a Silo, primo centro religioso del popolo ebraico, ed alla famiglia mosaica che l’aveva avuto in eredità. Chi ne fu l’autore? Quasi certamente non una sola persona; sulla base del testo, infatti, è possibile individuare i principali responsabili.

I primi sette libri della Bibbia erano già completi ai tempi di Davide, che li pose nell’arca: erano chiamati “Il libro della legge”, perché contengono le prescrizioni e le leggi mosaiche. Da allora il libro era rimasto conservato nel Tempio di Gerusalemme come un libro sacro e inviolabile. Senonché intorno all’870 a.C. il re di Giuda, Giosafat, decise di divulgare il contenuto del “Libro della Legge” direttamente al popolo, cosa che non era mai stata fatta in precedenza, e perciò “mandò i suoi ufficiali nelle città di Giuda: avevano con sé il libro della legge del Signore e percorsero tutte le città di Giuda, istruendo il popolo” (2 Cr.17,7). Si trattava certamente di copie del “libro della legge”, non dell’originale, che rimaneva custodito gelosamente nel tempio. Ma c’era qualcosa che Giosafat non poteva permettersi di insegnare al popolo di Giuda e quindi di trascrivere in quelle copie prodotte ad “uso didattico”.

A quel tempo il regno di Giuda era in guerra aperta contro quello di Israele e fra i due regni esisteva una fortissima rivalità religiosa. Giosafat non poteva in alcun modo propagandare scritti che potessero mettere in discussione il primato di Gerusalemme rispetto a Silo. Nel “libro della legge” originale, conservato nel tempio, era certamente scritta in dettaglio al storia della città di Silo, il primo centro religioso del popolo ebraico, assegnato in eredità alla famiglia di Mosè. Silo, purtroppo, era in territorio di Israele. Nelle copie ad uso didattico prodotte da Giosafat, tutta la parte relativa a Silo dovette essere emendata e con essa anche le notizie intimamente collegate, come quelle relative ai suoi titolari, la famiglia di Mosè.

Si trattava comunque di una censura tutt’altro che accurata, perché l’intenzione non era di produrre un falso, ma soltanto di evitare di propagandare notizie politicamente inopportune in quel momento. Sennonché qualche tempo dopo la Palestina fu invasa dagli assiri. Il regno di Israele fu distrutto e scomparve definitivamente dalla scena della storia. Il regno di Giuda sopravvisse in condizioni di vassallaggio. Manasse, il più empio dei re di Giuda, abolì il culto di Jahweh, massacrò i sacerdoti e dedicò il tempio di Gerusalemme al culto di divinità assire. Il “libro della legge” scomparve. Fu ritrovato soltanto alcuni decenni dopo dal gran sacerdote Elchia (2 Re 22.8; 23,2), quando il re Giosia decise di restaurare il tempio e ripristinare il culto di Jahweh.

Quel che deve essere accaduto è che fu ritrovato non il libro originale, che era in esemplare unico, ma una delle copie didattiche prodotte dal re Giosafat, grossolanamente censurata. Pochi anni dopo essa veniva portata a Babilonia, al seguito dei deportati da Nabuccodonosor, e fu su questa copia che si trovò a lavorare Esdra, a cui dobbiamo materialmente la versione attuale della Bibbia.

Grazie a re Giosafat, quindi, sono scomparsi dal testo biblico tutti i passi che sancivano il primato di Silo rispetto a Gerusalemme, e con essi buona parte delle informazioni sui discendenti di Mosè, intimamente collegati a quella città. Ma non fu certamente Giosafat a cancellare la discendenza di Mosè e trasformare i sacerdoti di Gerusalemme in discendenti di Aronne. Esistono indicazioni sufficienti per affermare che questa operazione fu effettuata soltanto dopo il rientro dall’esilio Babilonese e per individuarne l’autore nel sacerdote Esdra. Non doveva essergli rimasto molto da fare per completare l’opera di occultamento della famiglia di Mosè e trasformare ufficialmente i sacerdoti di Gerusalemme in discendenti di Aronne.

Furono sufficienti pochi ritocchi, come la sostituzione o soppressione di qualche nome qua e là e il suggerire che i sacerdoti fossero figli di Aronne. La discendenza “aronnide” della famiglia dei sacerdoti viene sancita per la prima, ed unica volta in tutta la Bibbia, da un passo di 1 Cronache 24, 1-6:

“Figli di Aronne: Nadab, Abiu, Ebiatar, Eleazaro e Itamar. Nadab e Abiu morirono prima del padre e non lasciarono discendenti. Esercitarono il sacerdozio Eleazaro e Itamar. David, insieme con Zadok dei figli di Eleazaro e con Achimelech dei figli di Itamar divise (i sacerdoti) in classi secondo il loro servizio. Poiché risultò che i figli di Eleazaro, relativamente alla somma dei maschi, erano più numerosi dei figli di Itamar, furono così classificati: sedici capi di casati per i figli di Eleazaro, otto per i figli di Itamar.”

E’ immediato rendersi conto che queste genealogie sono un falso patente e deliberato. Itamar, ultimo dei figli di Aronne, era stato ordinato sacerdote da Mosè in Esodo 29. Ma da allora era scomparso completamente dalle cronache bibliche, se si eccettua un cenno in Numeri 3, dove viene citato fra i figli di Aronne e in Num.7,8, quando gli vengono affidate responsabilità nella cura e trasporto del tempio-tenda. Nessun suo discendente viene mai citato nella Bibbia. Di Eleazaro, invece, viene riportata una lista di discendenti in 1 Cronache 5,30 e 6,35 in cui compaiono anche un paio di Achitub e Zadok; ma chiaramente non hanno niente a che spartire con il Zadok gran sacerdote ai tempi di Saul, Davide e Salomone. La genealogia di quest’ultimo è perfettamente nota dai libri di Samuele: era fratello di Achimelek, entrambi figli di Achitub, figlio di Fineas, figlio di Eli, gran sacerdote a Silo ai tempi di Samuele. Fra i discendenti di Eleazaro Eli non figura da nessuna parte, segno certo che Eleazaro non aveva niente a che vedere con Silo e con la sua famiglia sacerdotale; e d’altra parte nessuno dei personaggi che figurano nella lista viene mai citato nei primi libri della Bibbia, fatta eccezione per suo figlio Fineas (omonimo del figlio di Eli), che compare in relazione a fatti accaduti durante l’esodo. Non ha il benché minimo fondamento, quindi, legare Eleazaro ed Itamar a Zadok ed Achimelek.

Un’operazione di falsificazione storica di questo genere poteva avvenire soltanto in un periodo di bassissimo profilo per il popolo ebraico, come quello subito dopo il rientro dall’esilio babilonese; e comunque certamente con il consenso e l’attiva partecipazione della famiglia sacerdotale stessa. Esdra, infatti ha il grande merito di aver riorganizzato la famiglia sacerdotale di Gerusalemme e di averne rilanciato i destini.

Una prima ondata di ebrei era rientrata a Gerusalemme poco dopo il 538, guidati da Zorobabele e dal sommo sacerdote Giosuè, figlio di Giosedec, deportato a babilonia ancora fanciullo dopo che suo padre Seraià, ultimo sommo sacerdote di Gerusalemme, era stato ucciso a Ribla da Nabuccodonosor. Qui avevano vivacchiato alla meno peggio, in una città semispopolata e priva di difese, tra l’opposizione dei samaritani e delle popolazioni circostanti. Lo stato della comunità giudaica di Gerusalemme e della famiglia sacerdotale era così miserando, che uno dei favoriti del re Artaserse, alla corte babilonese, il dotto sacerdote Esdra, chiese ed ottenne di essere inviato in Palestina per risollevarne le sorti.

Era intorno al 428 a.C. quando Esdra arrivò a Gerusalemme, con l’incarico di ripristinare la religione ebraica nella Giudea. Egli portò con sé migliaia di deportati, tra cui centinaia di sacerdoti, che furono immessi al servizio del tempio, la cui ricostruzione era iniziata il secolo prima ad opera della prima ondata di ritorno. Per prima cosa egli si dedicò alla riorganizzazione della famiglia sacerdotale.

I versetti citati rispecchiano l’accordo da lui imposto fra i due rami della famiglia sacerdotale che si erano separati al tempo di re Salomone: il primo facente capo a Zadok, che era stato nominato sommo sacerdote, carica che rimase alla sua famiglia fino alla distruzione di Gerusalemme da parte di Nabuccodonosor; l’altro facente capo al figlio di suo fratello Achimelek, Ebiatar, che era stato esiliato da Salomone ad Anatot (di questo ramo della famiglia sappiamo poco, ma tra i suoi componenti di spicco ci fu lo stesso profeta Geremia).

24 famiglie entrarono nell’accordo, che da allora in poi si divisero gli incarichi del tempio e le sue entrate e soprattutto si arrogarono il diritto esclusivo al sacerdozio. Tutte le altre famiglie di origine mosaica, che in quel momento si trovavano fuori di Gerusalemme, come a Babilonia, in Samaria e in Egitto, rimasero escluse. Fu allora, come risulta dai versetti in questione, che le 24 famiglie si diedero ufficialmente, come antenati, i due figli di Aronne: 16 famiglie discendenti da Zadok si ricollegarono ad Eleazaro, per ribadire il loro primato nel sacerdozio; 8 famiglie discendenti da Achimelek, padre di Ebiatar, si ricollegarono al secondogenito di Aronne, Itamar. Tutti i sacerdoti diventarono così “figli di Aronne”, ma non si curarono di rendere credibile quella discendenza, inventando delle genealogie ad hoc.

La cosa incredibile non è tanto quella che la famiglia sacerdotale di Gerusalemme abbia voluto sostituire il proprio capostipite Mosè con Aronne (aveva evidentemente i suoi buoni motivi per farlo), quanto piuttosto che nessuno degli studiosi successivi abbia voluto rilevare un falso così evidente e spudorato, privo com’è di qualsiasi pezza d’appoggio nella Bibbia.

Se la discendenza aronnide della famiglia sacerdotale era stata inaugurata ufficialmente soltanto dopo il rientro a Gerusalemme, come appare dalla Bibbia, i sacerdoti rimasti a Babilonia dovevano aver continuato a proclamarsi discendenti di Mosè. La conferma ci viene da un dotto rabbino del medio evo, Binyamin da Tudela che intorno al 1160 d.C. effettuò un viaggio, che lo condusse attraverso le comunità ebraiche di tutto il mondo di allora. Nella sua relazione di viaggio, egli si sofferma a lungo nella descrizione della più grande comunità ebraica dell’epoca, quella residente a Bagdad, l’antica Babilonia, formata in gran parte da discendenti di deportati ebrei che non seguirono Esdra e Zedechia nel loro viaggio di ritorno a Gerusalemme. Fra le altre cose ci informa che:

“La comunità di Bagdad, conta grandi dotti e capi di accademie, assai versati nello studio della Torah. Le accademie rabbiniche sono dieci: a capo della maggiore, intitolata al Ga’on Ya’aqov, è il rabbino capo Semu’el ben ‘Ali, levita, la cui famiglia discende da Mosè, nostro maestro – sia su di lui la pace.”

Di tutti i rabbini citati da Binyamin di Tudela nel suo Itinerario, quello di Babilonia è l’unico che si dichiara discendente di Mosè; l’unico in tutta la letteratura ebraica. (La grande comunità israelita babilonese venne cancellata di colpo, insieme ai suoi sacerdoti discendenti di Mosè, appena 60 anni dopo, quando Gengis Kan travolse Bagdad, massacrandone tutti gli abitanti).

Sulle ragioni di questa deliberata falsificazione storica si possono pensare almeno una mezza dozzina di validi motivi, ma rimane comunque un esercizio sterile. Il motivo vero lo sapeva Esdra e non lo dichiarò per iscritto. O meglio, non lo scrisse in un libro destinato al pubblico. Esdra è una figura fondamentale nella storia del popolo ebraico e della famiglia sacerdotale in particolare. Egli fu autore di una profonda riforma religiosa, che passò essenzialmente attraverso la riorganizzazione della famiglia sacerdotale di Gerusalemme, a cui venne imposta una struttura perfettamente regolamentata e rigide norme matrimoniali e di comportamento, miranti a prevenire per il futuro ogni degenerazione del sacerdozio e della religione di cui essi erano i ministri unici. Per assicurare i mezzi di sopravvivenza della famiglia e per la condotta del tempio, Esdra aveva stabilito (o meglio ripristinato) un sistema di tasse, le famose decime, che provvedevano entrate abbondanti e regolari, a cui si aggiungevano offerte personali e donazioni. Le fortune della famiglia vennero a basarsi più che mai sul possesso e la gestione del tempio e della religione ad esso collegata.

Esdra, infine, sistemò da un punto di vista strutturale e tradusse anche in aramaico il testo della Bibbia, imponendolo come unico testo sacro, cui doveva ispirarsi la religione ebraica. Una corrente di studiosi ritiene anche che fosse proprio lui il famoso “redattore”, quello che scrisse materialmente i primi libri della Bibbia, mettendo assieme tradizioni orali di varia provenienza. Ipotesi che viene contraddetta dalla Bibbia stessa che dimostra l’esistenza del “libro della legge” fin dai tempi di Davide, e lo ribadisce innumerevoli volte nei secoli successivi. Sottolinea però un fatto importante e cioè che fu in ogni caso dalla penna di Esdra che uscì la versione della Bibbia che leggiamo oggi, con pochissime varianti.

Esdra, tuttavia, non si limitò a ricopiare il “libro della legge”. Da fonti esterne alla Bibbia, come gli apocrifi del vecchio Testamento, sappiamo per certo che produsse opere non destinate al pubblico. Nel Quarto Libro di Esdra, nel 14.mo ed ultimo capitolo, il Signore decide di dettargli in sogno la riedizione delle Sacre Scritture e gli ordina: “Quando avrai terminato quest’opera, alcune cose le dovrai rendere pubbliche, altre invece, le affiderai in segreto ai saggi.”

Esdra, dunque, produsse un testo ufficiale della Bibbia, opportunamente emendato, destinato al pubblico, e contemporaneamente un secondo testo destinato ai “saggi del popolo ebraico”, e cioè alle alte gerarchie sacerdotali, che non doveva essere divulgato e che evidentemente conteneva i segreti che riguardavano la famiglia stessa, la sua vera storia, i particolari della sua organizzazione, regole e rituali e le ragioni della riforma da lui imposta, ivi compreso il cambio di genealogia.

Fu in ogni caso la riforma di Esdra a gettare le basi per la rinascita e grandezza futura della famiglia sacerdotale e del popolo ebraico intorno ad essa. Sotto la guida della famiglia sacerdotale riformata, Gerusalemme rifiorì, la ricostruzione del tempio venne completata e le mura riedificate. La città crebbe rapidamente in popolazione e prosperità e la Giudea ridivenne totalmente ebraica; di pari passo cresceva l’influenza e la ricchezza della famiglia sacerdotale, o meglio delle 24 famiglie sacerdotali, che insieme controllavano l’intero paese. A capo di Israele non c’era più un re, ma il sommo sacerdote, che governava per conto del sovrano persiano (proprio come ai primi tempi di Silo, quando il sommo sacerdote governava su Israele per conto dell’Egitto, di cui la Palestina era una provincia). Per tutto questo tempo la carica del sommo sacerdozio continuò ad essere attribuita su base ereditaria, ai discendenti in linea diretta di Zadok, vale a dire ai discendenti diretti di Mosè.

Nel 333 a.C. Alessandro Magno sconfisse l’impero persiano e conquistò la Palestina; la famiglia sacerdotale si sottomise e continuò a governare sul popolo ebraico, questa volta per conto del sovrano macedone. Alla morte di Alessandro la Giudea passò poi sotto il dominio dell’Egitto, retto dai Tolomei, che attuarono una politica di ellenizzazione del paese, senza però intaccare i privilegi e le prerogative della famiglia sacerdotale di Gerusalemme. In questo periodo cominciò ad instaurarsi la consuetudine che il sommo sacerdote fosse nominato, o comunque confermato, dal sovrano, per cui il principio ereditario venne spesso ignorato e la carica cominciò a passare da una famiglia sacerdotale all’altra, creando fra le 24 famiglie rivalità e divisioni. Le varie famiglie si ritrovarono a volte in lotta le une contro le altre per la conquista della carica di sommo sacerdote, che veniva assegnata spesso dietro pagamento di forti somme.

Nel 199 a.C. la Giudea venne occupata dalla Siria. Per la famiglia sacerdotale mosaica (divenuta aronnide) cominciarono tempi duri, perché i Seleucidi inasprirono fortemente la politica di ellenizzazione del paese, tentando di trasformare Gerusalemme in una polis greca. Questa politica culminò nel 168 con il saccheggio del tempio da parte di Antioco IV ed il massacro di un gran numero di sacerdoti. La religione ebraica venne messa fuori legge, il tempio ridedicato a Zeus ed a supremo oltraggio vi si sacrificò un maiale.

La rivolta non si fece attendere, guidata dalla famiglia sacerdotale degli Asmonei. Nel 165 Giuda Maccabeo riprese Gerusalemme e ridedicò il tempio a Jahweh, dopo averlo purificato (la ridedicazione è celebrata nella festa ebraica di Hannukah). Infine nel 142 a.C. Simone Maccabeo cacciò definitivamente i Siriani. Per i successivi 80 anni la Palestina fu uno stato indipendente, sotto la guida degli Asmonei, che governavano in qualità di sommi sacerdoti, carica a cui ben presto aggiunsero il titolo di re, inaugurando così una dinastia sacerdotale di sangue reale (o viceversa, una dinastia reale di sangue sacerdotale).

La monarchia sacerdotale regnò su Giuda, fino a quando si affacciarono sulla scena mediorientale i romani. Nel 63 Pompeo Magno conquistò Gerusalemme e profanò il tempio. La famiglia sacerdotale, pur privata dell’indipendenza, continuò a regnare sulla Palestina sotto i nuovi padroni. Tenta però di scrollarsi di dosso la dominazione romana alleandosi ai nemici giurati di Roma, i Parti, sotto il cui dominio si trovava l’altra grande comunità ebraica di quel periodo, Babilonia. Mal gliene incolse. Erode, di origine edomita, ne approfittò per ottenere il favore dell’imperatore romano e farsi nominare re della Giudea. Per farsi accettare dagli ebrei, però, dovette sposare Mariamme, figlia dell’ultimo re-sacerdote, Ircano.

Con Erode la famiglia sacerdotale perdette il trono, ma acquistò un nuovo Tempio, incomparabilmente più grandioso del precedente, aumentando così il proprio prestigio e le proprie entrate. Particolare interessante, per la costruzione del nuovo tempio venne istituito un corpo di “sacerdoti muratori” (i sacerdoti erano gli unici autorizzati ad entrare nel Sancta Sanctorum), che rimase poi sempre in servizio per le ordinarie manutenzioni.

Con la morte di Erode, Roma divise il regno della Palestina fra i suoi tre figli ed un legato romano. La famiglia sacerdotale di Gerusalemme rimase come unico elemento di unità del popolo ebraico e raggiunse il culmine della potenza e della ricchezza. Fu allora che si lasciò trascinare in moti antiromani e alla fine in una vera e propria rivolta, che provocò la sua rovinosa caduta. Si avvicinava il giorno del giudizio.

All’appuntamento del 70 d.C. la famiglia mosaica, ormai autodefinitasi aronnide, era al culmine della potenza. Le 24 famiglie sacerdotali che ai tempi di Esdra si erano spartite il potere, fondato sul possesso esclusivo del tempio e sul possesso esclusivo del sacerdozio, erano ancora tutte là, più numerose e ricche che mai, e saldamente insediate alla direzione del Tempio e del paese. I loro discendenti si contavano a migliaia e molti di loro avevano sangue reale nelle vene. Il dominio romano aveva portato pace e prosperità, ma era stato segnato da forti attriti su base religiosa, che avevano provocato una serie di rivolte, l’ultima delle quali, nel 66 d.C. fu fatale per la nazione ebraica e per la famiglia stessa. Con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., ad opera di Tito, figlio dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano, la famiglia sacerdotale fu virtualmente sterminata.

Il Tempio, strumento di potere della famiglia venne raso al suolo e mai più ricostruito. Da quel momento in poi la famiglia sacerdotale di Gerusalemme scompare dalla scena storica, perché non svolgerà mai più un ruolo evidente. Fine di una grande famiglia millenaria?

Le apparenze storiche sembrano dire di si; ma non sempre le cose vanno proprio come sembra dall’apparenza storica. E’ certo, infatti, che la famiglia non scomparve materialmente. Ci furono dei sopravvissuti, numerosi e di altissimo rango, dotati di ricchezze e della protezione dei romani. Ce ne dà notizia lo storico ebreo Giuseppe Flavio, che li elenca uno per uno, a cominciare da se stesso.

Giuseppe Flavio era lui stesso sacerdote, appartenente alla prima delle 24 famiglie sacerdotali e con sangue reale nelle vene, perché imparentato per parte di madre con gli Asmonei. Al tempo della rivolta contro Roma, aveva ricoperto un ruolo di primo piano negli avvenimenti dell’epoca. Inviato come governatore della Galilea da parte del Sinedrio di Gerusalemme, egli era stato il primo a combattere contro le legioni del generale Vespasiano, che era stato incaricato da Nerone di domare la rivolta in Giudea.

Giuseppe venne sconfitto e si chiuse a Iotpata. Quando la città cadde, si consegnò ai romani e chiese di parlare con Vespasiano. Da quel colloquio nacque la fortuna di Vespasiano e quella di Giuseppe: il primo sarebbe diventato di lì a poco imperatore di Roma, il secondo ebbe salva la vita, non solo, ma dopo qualche tempo fu cooptato nella famiglia imperiale stessa, di cui assunse il nome “Flavio”, ottenne la cittadinanza romana, una villa patrizia a Roma (la villa di famiglia dello stesso Vespasiano), un vitalizio annuo a spese dell’erario e vaste proprietà in Italia e Palestina.

Giuseppe Flavio giustifica questi incredibili favori con il fatto che, nel loro incontro dopo la caduta di Iotpata, aveva predetto a Vespasiano che sarebbe divenuto imperatore. Giustificazione ridicola! Lo storico romano Svetonio testimonia che quella di Giuseppe fu soltanto l’ultima di una lunga serie di profezie analoghe, cominciate il giorno stesso della nascita di Vespasiano. Tutti sapevano dell’esistenza di queste profezie; è quindi semplicemente assurdo pensare che egli abbia colmato di favori inauditi un ribelle vinto, soltanto perché gli aveva ripetuto una notizia che era ormai di pubblico dominio. C’era ben altro! Il generale romano aveva un handicap terribile nella sua corsa alla porpora imperiale: era squattrinato (è sempre Svetonio che lo conferma), mentre per diventare imperatore aveva bisogno di larghissimi mezzi finanziari. Giuseppe glieli fornì.

Durante il suo governatorato in Galilea, aveva messo da parte un discreto gruzzolo, sia con la raccolta delle decime dovute al Tempio e le ruberie di cui egli stesso dà notizia, sia soprattutto per aver requisito l’oro, l’argento e gli oggetti preziosi provenienti dal saccheggio del palazzo di Erode Tetrarca, operato dagli abitanti di Tiberiade (Guerra Giudaica, II,21,3 – Vita, 66).

Consegnò subito a Vespasiano il gruzzolo personale, ottenendo salva la vita, e promise un patrimonio enormemente superiore, in cambio dei benefici che poi ottenne: il tesoro del Tempio di Gerusalemme. Ci sono nelle sue opere stesse indicazioni sufficienti per accusarlo con elementi di fatto.

Che Vespasiano sia entrato in possesso del tesoro del Tempio non c’è alcun dubbio: parte di esso, infatti, in particolare il candelabro a sette braccia, venne fatto sfilare a Roma nel 71, in occasione del trionfo, come viene mostrato sull’arco di trionfo di Tito. Ma come e quando ne entrò in possesso? Leggendo le circostanze in cui si svolsero l’assedio di Gerusalemme e l’attacco finale al Tempio, dobbiamo aspettarci che quando i romani riuscirono a impadronirsene ben poco del tesoro originale fosse rimasto a loro disposizione. Il Tempio, infatti, era stato occupato per mesi dagli zeloti, che non avevano esitato a spogliarlo di tutto. Quando, alla fine, si resero conto che ogni difesa era impossibile, vi appiccarono il fuoco e distrussero tutto ciò che era rimasto di valore, per evitare che cadesse in mano romana. I romani si trovarono padroni di un edificio distrutto dalle fiamme e saccheggiato dai suoi stessi difensori.

Il fatto certo che emerge dal resoconto di Giuseppe Flavio, è che il tesoro del Tempio fu consegnato a Tito da esponenti della famiglia sacerdotale, in cambio di un salvacondotto e di benefici economici. Da esso risulta anche in modo certo che il tesoro era nascosto in diversi ripostigli segreti, anche se ovviamente non dice dove si trovassero, ed è alquanto confuso e contraddittorio per quanto attiene tempi e modalità di consegna. Soprattutto si guarda bene dal mettere in luce il ruolo svolto nella faccenda dallo stesso Giuseppe Flavio.

Possiamo ricostruire i fatti con l’aiuto di uno straordinario documento che doveva venire alla luce soltanto 2 millenni dopo: il Rotolo di Rame. Fu scoperto nel 1952 nella grotta 3Q di Qumran. Si trattava di tre fogli di rame, ricuciti fra loro, arrotolati come un foglio di carta, sulla cui faccia interna era inciso un testo in ebraico. Data l’età, non era possibile svolgere il rotolo senza rovinare il testo. Esso fu quindi portato a Manchester, dove fu tagliato in strisce verticali, corrispondenti alle colonne del testo. Mano a mano che le strisce venivano tagliate e ripulite, venivano tradotte dal celebre qumranista J.M. Allegro.

Il testo è in sostanza un elenco di località in cui erano stati nascosti dei tesori. In un primo momento si pensava si riferisse a tesori della comunità essenica di Qumran ed il testo veniva guardato con profondo scetticismo, perché sembrava impossibile che quella piccola comunità possedesse ricchezze tanto grandi. Fra l’altro, la maggioranza delle località citate nel testo si trova nei dintorni di Gerusalemme. Oggi è opinione pressoché unanime fra gli studiosi che il rotolo di rame si riferisca al tesoro del tempio di Gerusalemme (anche perché buona parte di esso è costituito proprio dalle decime), nascosto in previsione dell’assedio. Il rotolo comincia direttamente con la lista dei nascondigli:

“A Horebbeh, nella valle di Acor, sotto i gradini che vanno verso oriente, a quaranta cubiti di profondità: cofano d’argento, il cui peso totale è di 17 talenti. Nel monumento funebre di Ben-Rabbah da Shalisha: cento lingotti d’oro. Nella grande cisterna del recinto del piccolo peristilio, turata da una pietra bucata, in un angolo del fondo, di fronte all’apertura superiore: novecento talenti. Sulla collina di Kohlit: vasi di offerte di prelevamento, di mezza misura e di riscatto, tutte offerte di prelevamento del tesoro del settimo anno e della decima…”

E continua su questo tono per tutta la sua lunghezza, elencando ben 74 nascondigli diversi, ognuno con il suo contenuto. Inutile dire che nessuno di questi tesori si trova nel nascondiglio indicato. (J. Allegro aveva effettuato ricerche in tutte le località che era riuscito ad individuare sulla base della descrizione, senza trovare nulla). Cosa scontata, del resto. L’ultima frase del rotolo di rame, infatti, dice che: “Nella caverna di Kohlit, … c’è una copia di questo scritto, con la spiegazione, le misure e un inventario completo, oggetto per oggetto.” Il rotolo ritrovato a Qumran, quindi era soltanto una copia di riserva di un originale che era stato nascosto nella caverna di Kohlit, che si trova nei pressi di Gerusalemme.

Possiamo quindi essere certi che durante o dopo la distruzione di Gerusalemme, un drappello di soldati fedelissimi a Tito, accompagnati da Giuseppe e da altri sacerdoti, se ne andarono in gran segreto per il deserto di Giuda (Giuseppe lo conosceva benissimo, per avervi trascorso tre anni in gioventù), dissotterrando uno dopo l’altro i tesori elencati nella copia originale del rotolo di rame, prelevata a Kohlit. La copia di riserva, ormai inutile, venne lasciata dov’era, a Qumran.

Questa caccia al tesoro segreta aveva per Vespasiano un grande vantaggio: non doveva rendere conto a nessuno dei tesori recuperati, di cui poteva disporre a suo piacimento. Il fatto di aver ritrovato la copia di riserva dell’elenco, ci consente di conoscere con precisione l’enormità della somma di cui Vespasiano si trovò improvvisamente a disporre a titolo personale, largamente sufficiente a comprare la porpora imperiale. Sotto questa luce, i favori elargiti in cambio a Giuseppe ed ai suoi compagni appaiono ampiamente giustificati.

Gli oggetti di culto più appariscenti, come la menorah ed il vasellame sacro, vennero messi da parte per il trionfo e l’erario pubblico, probabilmente su richiesta dello stesso Giuseppe, che era pur sempre un sacerdote e che non poteva vedere di buon occhio la loro distruzione. Dopo il trionfo essi furono depositati nel tesoro del Senato. Nel 455 vennero presi dai Vandali di Genserico, quando saccheggiarono Roma, e furono portati a Tunisi. Qui vennero presi, nel secolo successivo, dal generale bizantino Belisario che li portò a Costantinopoli, dove se ne perdono le tracce.

Il denaro delle decime, i gioielli, l’oro e l’argento sfusi, invece, vennero incamerati dall’imperatore, che fu così in grado di risanare le proprie finanze e di costruirsi una villa imperiale sfarzosa (regalando la sua casa di famiglia a Giuseppe).

Giuseppe si ritirò a Roma, dove mise su famiglia e dopo qualche anno cominciò a scrivere le opere per le quali è passato alla storia. Ma quanti altri membri della famiglia sacerdotale sopravvissero al massacro e che ne fu di loro in seguito? Sappiamo per certo che vi furono parecchi scampati, perché Giuseppe Flavio li elenca uno per uno.

Fin dalle prime fasi dell’assedio di Gerusalemme molti ebrei disertarono, passando dalla parte dei romani. “Fra essi”, dice Giuseppe Flavio (VI, 2, 114), “c’erano due dei capi della famiglia sacerdotale, Giuseppe e Gesù, ed alcuni figli di capi di questa famiglia, come i tre figli di Ismaele, che era stato decapitato a Cirene, i quattro figli di Mattia ed il figlio di un altro Mattia, che era fuggito dopo la morte di suo padre, che Simone, figlio di Gioras, aveva fatto uccidere insieme a tre dei suoi figli, come si è detto dianzi. Cesare li accolse con benevolenza e … si impegnò a restituire a ciascuno i propri beni non appena ne avesse avuto la possibilità al termine della guerra.”

Si tratta quindi di dieci membri della famiglia sacerdotale, fra cui due di alto rango, che dobbiamo ritenere siano stati successivamente reintegrati nei loro beni.

Dopo la cattura del Tempio, o meglio di quel che ne restava, un gruppo di sacerdoti che lo avevano difeso fino all’ultimo momento si arresero ai romani, chiedendo salva la vita. Nei loro confronti l’atteggiamento di Tito fu ben diverso che in precedenza. “Egli rispose che il tempo del perdono era passato per loro; l’unica cosa per la quale egli avrebbe avuto qualche motivo di risparmiare loro la vita, il Tempio, stava riducendosi in cenere ed era dunque giusto, per dei sacerdoti, essere annientati insieme al loro santuario. E li fece condurre al supplizio.” (VI, 6, 1, 321 e seg.).

Ciò non gli impedì, soltanto pochi giorni dopo, di garantire salva la vita a due alti esponenti della famiglia sacerdotale (VI, 8, 3):

“In quelli stessi giorni, un sacerdote di nome Gesù, figlio di Thebuthi, dopo aver ottenuto da Cesare una garanzia sotto giuramento per la propria vita, a condizione di consegnare certi oggetti preziosi del culto, uscì e fece passare… due candelabri simili a quelli che erano depositati nel tempio, dei tavoli, dei crateri e delle coppe, tutto in oro massiccio. Egli fece passare anche i veli, le vesti del gran sacerdote, con le pietre preziose, e molti altri oggetti utilizzati per i sacrifici. Ed il guardiano del tesoro del tempio, un certo Fineas, anche lui fatto prigioniero, consegnò le tuniche e le cinture dei sacerdoti, una grande quantità di porpora e di scarlatto,… ed anche molta cannella e una gran quantità di altri aromi che essi mescolavano e bruciavano ogni giorno come incenso per Dio. Egli consegnò anche ai romani molti altri tesori del tempio, ed anche una buona parte degli ornamenti sacri, grazie a cui, anche se prigioniero di guerra, ottenne l’amnistia riservata ai disertori.”

Giuseppe Flavio scarica tutta la responsabilità della consegna ai romani del tesoro del Tempio su due sacerdoti, Gesù e Fineas, anch’essi evidentemente di altissimo rango (tanto da essere depositari del tesoro), che tradiscono in cambio della vita e di benefici economici. Ma è fuori dubbio che in questa faccenda egli deve aver svolto un ruolo primario, altrimenti non si spiegano gli incredibili favori di cui fu oggetto. Oltre a quelli menzionati, infatti, egli ottenne anche quello di poter liberare chiunque gli piacesse. Nella sua Autobiografia (417-419) egli dice:

“Feci richiesta a Tito di liberare alcuni prigionieri e ottenni … la liberazione di mio fratello e di cinquanta amici. Recatomi poi, dietro autorizzazione di Tito, nel Tempio dove erano rinchiusi moltissimi prigionieri, con donne e bambini, liberai tutti gli amici ed i conoscenti che vi riconobbi, in numero di circa 190 e li feci rilasciare senza che pagassero alcun riscatto, restituendoli alla loro precedente condizione.”

In totale, quindi, Giuseppe elenca dodici alti sacerdoti, a cui va aggiunto lui stesso e suo fratello, che hanno avuto salva la vita grazie al loro tradimento, e sono stati reintegrati nei loro beni. Oltre a questi egli cita ben 240 altre persone, tutti suoi amici e conoscenti, che sono stati liberati grazie al suo intervento e “restituiti alla loro precedente condizione”, vale a dire reintegrati anch’essi nei propri beni. Visto il personaggio, possiamo essere certi che, se non proprio tutti, per lo meno la maggioranza di essi apparteneva a famiglie sacerdotali.

Il gruppo di sacerdoti sopravvissuti al massacro di Gerusalemme, in conclusione, era certamente molto numeroso. Di gran lunga più numeroso che in varie altre occasioni del passato in cui la famiglia sacerdotale era stata ridotta al lumicino, come per esempio dopo la disfatta e la distruzione del tempio di Silo da parte dei filistei, ai tempi di Samuele; o dopo il massacro di Nob perpetrato da re Saul, che cercò di annientare la famiglia sacerdotale; o dopo quello di Manasse, che inondò Gerusalemme di sangue sacerdotale; e da ultimo dopo Nabuccodonosor, che fece massacrare tutti i “grandi del Tempio”. Sono tutte circostanze dalle quali la famiglia era risorta dalle proprie ceneri più forte e influente che mai.

Questa volta, però, essa sembra uscire definitivamente dalla scena. Di essa non se ne parlerà mai più, almeno nelle cronache storiche ufficiali. Essa sembra svanire nel nulla, come per incanto. Che fine ha fatto?

Con la distruzione di Gerusalemme la famiglia sacerdotale di origine mosaica, o meglio, le 24 famiglie che dai tempi di Esdra si erano arrogate l’esclusività del sacerdozio, sono uscite fortemente decimate e soprattutto private di quello che per secoli era stato il centro e strumento del loro potere: il Tempio. Ma non sono scomparse fisicamente. Dal resoconto di Giuseppe Flavio sappiamo per certo che i sopravvissuti si contavano a centinaia. Di questi almeno una quindicina costituivano un gruppo omogeneo e dobbiamo ritenere anche compatto, perché erano legati da circostanze che li accomunavano nella stessa sorte. Tutti, infatti, appartenevano alle prime famiglie sacerdotali; tutti erano stati risparmiati perché più o meno coinvolti nella consegna del tesoro del Tempio a Vespasiano; tutti erano considerati dagli altri ebrei come traditori della propria patria; tutti, quindi, avevano interesse a scomparire, ritirandosi nell’anonimato, almeno per quel che riguardava il mondo ebraico.

Ma non è realistico pensare che abbiano compiuto una sorta di suicidio collettivo, rinnegando le proprie origini, il proprio passato e le proprie tradizioni e chiudendo definitivamente il capitolo più significativo e glorioso della storia ebraica.

Erano legati fra loro da vincoli di parentela, da un millenario passato e da potenti tradizioni. Erano tutti dotati anche di larghi mezzi finanziari, perché, come riferisce Giuseppe Flavio, furono reintegrati nei loro beni da Vespasiano e fatti oggetto di generose donazioni. Il che significa che individualmente ciascuno di loro era assai più ricco di quanto i singoli membri della famiglia lo fossero mai stati, neppure al culmine della potenza e prosperità. Godevano inoltre del favore e della protezione del potere politico, perché il loro esponente di maggiore spicco, Giuseppe, era stato addirittura cooptato quale membro della famiglia imperiale stessa. Facevano, infine, parte di una organizzazione familiare salda e ben collaudata, quella creata
da Esdra, che non era stata smantellata insieme al Tempio, ma che dovette continuare a mantenere intatta la sua struttura, i suoi contenuti e tutto il suo potenziale.

Non è possibile che una tale famiglia sia scomparsa nel nulla. Semplicemente non poteva. Se non ne abbiamo più alcuna notizia, ciò è dovuto certamente al fatto che essa stessa aveva deciso di scomparire dalla scena del mondo, ritirandosi nella clandestinità. Fu un cambio di strategia, del resto nell’alveo di una tradizione ben consolidata che aveva già fatto scomparire l’origine mosaica, volto non al suicidio collettivo, ma alla perpetuazione delle fortune della famiglia.

Di nessuno dei sacerdoti superstiti sappiamo che fine abbia fatto dopo la distruzione di Gerusalemme, tranne che di colui che da quel momento in poi dobbiamo considerare quale rappresentante della famiglia: Giuseppe Flavio. Di lui sappiamo che seguì Tito a Roma, sulla sua stessa nave, e passò il resto della propria vita nella lussuosa villa romana che gli era stata regalata da Vespasiano. Degli altri non abbiamo notizie da fonte storica, ma è certo che lasciarono la Giudea per lidi più ospitali. Né loro, né alcun loro discendente compare mai più nella storia di quel paese o di una qualunque comunità ebraica, dentro o fuori l’impero romano. Cosa del resto ben comprensibile: erano considerati tutti dei traditori e la loro presenza era certamente non gradita fra gli ebrei. D’altra parte erano personaggi troppo cospicui perché la loro presenza potesse passare inosservata in un qualunque paese di provincia. Dobbiamo ritenere, quindi, che almeno in un primo momento abbiano seguito Giuseppe a Roma, una megalopoli con gente proveniente da tutto l’impero e da tutte le religioni, dove potevano facilmente scomparire nell’anonimato.

Cosa fecero a Roma? Non ne sappiamo nulla. Conosciamo soltanto l’attività di Giuseppe Flavio in quanto scrittore, perché qualche anno dopo iniziò a scrivere la sua opera monumentale, per la quale è noto alla storia. Ma è proprio da questa sua opera che possiamo valutare appieno la sua personalità, la sua incredibile abilità nel volgere a proprio vantaggio le situazioni più disperate e l’enorme ambizione che lo muoveva. Un personaggio del genere, giunto al culmine del suo vigore fisico e mentale e del suo potere personale, non poteva esaurire la propria attività semplicemente nello stendere le proprie memorie.

Da semplice governatore di una provincia della terra di Israele si trovava ad essere cooptato nella famiglia imperiale romana. I suoi orizzonti si erano allargati dalla Giudea e dal popolo ebraico al mondo intero. Ed è in questa condizione che si trovò ad essere responsabile dei destini futuri della famiglia sacerdotale, la più nobile delle famiglie esistenti sulla faccia della Terra, perché discendente dallo stesso Mosè. Il primo grande sforzo cui dedicò ogni energia, come traspare nettamente dalle sue opere, fu quello di trovare una giustificazione al tradimento perpetrato e di gettare nuove basi su cui ricostruire il ruolo e le fortune della propria famiglia.

Come al solito in questi casi, la giustificazione è fornita dalla Divinità stessa. Giuseppe si era deciso al tradimento dopo la caduta della città di Iotpata. Si era rifugiato con 40 compagni in una cisterna e tutti d’accordo avevano deciso di suicidarsi, anziché consegnarsi ai romani, secondo un costume ben consolidato fra gli ebrei dell’epoca. Rimasto ultimo, Giuseppe anziché uccidersi si consegnò ai romani, dicendo che Dio stesso gli aveva imposto di salvarsi, per annunciare a Vespasiano la notizia che sarebbe diventato imperatore e per assolvere successivamente la missione per la quale era stato prescelto.

Dio aveva ormai abbandonato Israele ed aveva irreversibilmente accordato il suo favore ai romani. Giuseppe non poteva opporsi al volere di Dio, ma dovette farsene strumento suo malgrado. Così egli giustifica il proprio tradimento. E questa fu la giustificazione che dovettero adottare anche gli altri sacerdoti. Hanno abbandonato Israele, consegnato il Tempio ed il suo tesoro al nuovo padrone del mondo, prescelto da Dio, e lo hanno seguito a Roma, per adempiere la missione cui erano stati chiamati. E’ così che la famiglia mosaica ha legato il proprio destino ai destini imperiali di Roma. Il suo palcoscenico non era più la “terra promessa”, ma il mondo intero.

Non ci sono informazioni storiche sul come Giuseppe Flavio portò avanti la sua missione, come riorganizzò la famiglia sacerdotale e quale fu il nuovo ruolo che le attribuì. C’è però una fonte non storica, sulla cui natura e attendibilità discuteremo in seguito (i rituali massonici), che ci fornisce informazioni di prima mano sulle attività del gruppo.

Da questa fonte apprendiamo che subito dopo la distruzione del Tempio, il gruppo di sacerdoti superstiti si riunì tra le rovine fumanti, per decidere dei propri destini futuri. Gli argomenti discussi sono gli stessi che costituiscono il leitmotiv delle opere di Giuseppe Flavio: Dio ha abbandonato Israele e si è schierato definitivamente dalla parte di Roma; non è saggio opporsi alla sua volontà. La potenza dell’impero romano era al suo apogeo: era assurdo sperare in un capovolgimento di fortuna tale da consentire la ricostruzione del tempio a Gerusalemme in un prevedibile futuro.

I sacerdoti quindi decidono di continuare le tradizioni della famiglia, ma a Roma e nella clandestinità, e di non affidare mai più, come in passato, le proprie sorti ad un tempio materiale, troppo soggetto a profanazioni e distruzioni, ma di dedicarsi alla costruzione di un “tempio spirituale”.

Secondo questa fonte di informazione, quindi, la famiglia sacerdotale mosaica all’indomani della catastrofe ha mantenuto la propria identità ed organizzazione, ma ha cambiato strategia, scomparendo nella clandestinità e affidando la propria sopravvivenza e le proprie fortune ad una istituzione immateriale, che doveva garantire il potere e la prosperità della famiglia, nell’alveo delle passate tradizioni. Il tempio di Gerusalemme aveva consentito alla famiglia di Mosè di sopravvivere e prosperare per oltre un millennio. Il “tempio spirituale” doveva servire lo stesso scopo per il futuro. Futuro nel quale l’esistenza stessa della famiglia non doveva mai più essere rivelata pubblicamente, per non essere vulnerabile come per il passato, quando fin troppe volte era stata oggetto di campagne di sterminio.

Anche questo rientrava nelle tradizioni di famiglia. Al ritorno dall’esilio babilonese i sacerdoti avevano scelto di non far più apparire pubblicamente la loro discendenza da Mosè, precostituendosi antenati aronnidi. I membri della famiglia scampati alla definitiva distruzione del Tempio dovettero giudicare che la loro sopravvivenza era meglio assicurata se non soltanto la loro origine mosaica, ma anche la loro stessa esistenza rimaneva segreta. L’organizzazione familiare rimase da allora in poi occulta, invisibile e quindi non più vulnerabile in quanto tale. Se pertanto i loro discendenti sono riemersi in seguito alla ribalta della storia, come certamente è avvenuto, lo hanno fatto sotto altro nome e con genealogie di comodo. Ma sapendo della sua esistenza, non dovrebbe essere un’impresa impossibile scoprire le tracce lasciate da questa famiglia e individuare almeno alcuni dei personaggi storici appartenenti ad essa.

In ogni caso tracce e personaggi vanno ricercati nel mondo cristiano, non in quello ebraico. Ci sono vari elementi che legano Giuseppe Flavio (ed il gruppo di sacerdoti che era con lui) al mondo cristiano.

Le argomentazioni addotte da Giuseppe Flavio per giustificare il proprio tradimento e quello dei suoi confratelli, sembrano riecheggiare le parole di San Paolo, considerato da tutti come colui che gettò le basi ideologiche per la costruzione della chiesa romana. I due sembrano perfettamente in sintonia per quanto attiene l’atteggiamento nei confronti del mondo romano. Paolo, per esempio, stimava suo compito svincolare la Chiesa di Cristo dalle strettoie del giudaismo e dalla terra di Israele e di renderla universale, legandola a Roma. I due sono in sintonia anche su altri punti significativi: per esempio entrambi si dichiarano aderenti dell’ideologia farisaica, che era quella poi su cui si basò la chiesa romana. Caso fortuito o c’è invece un collegamento preciso?

Quasi certamente i due si sono conosciuti e frequentati per un certo tempo. Nel 63-64 d.C., infatti, Giuseppe Flavio, giovane di 27 anni, era a Roma quale membro di un’ambasceria del Sinedrio presso Nerone. Erano gli anni dell’incendio della capitale e della successiva prima persecuzione anticristiana, durante la quale Paolo fu giustiziato. Non è verosimile che due membri così eminenti della comunità giudaica abbiano convissuto nella stessa città per tanto tempo senza conoscersi e frequentarsi. Giuseppe Flavio, nelle sue varie opere, non dice una sola parola in merito a quegli avvenimenti di cui pure fu testimonio oculare. Un silenzio che per uno storico come lui è anche più fragoroso di una confessione. In qualche modo quei fatti dovettero toccarlo assai più profondamente di quanto egli fosse disposto ad ammettere in pubblico. Fu allora, forse, che furono insinuati i primi dubbi nella mente del giovane ed ambizioso sacerdote e vennero gettati i semi che dovevano dare frutto di lì a pochi anni.

Dalle informazioni storiche che possediamo è legittimo supporre che Giuseppe Flavio e gli altri sacerdoti che erano con lui abbiano svolto un ruolo decisivo nella nascita ed affermazione della Chiesa cristiana. Dei 30 anni che vanno dal 70 al 100 d.C., e cioè dall’arrivo di Giuseppe Flavio a Roma in poi, non sappiamo praticamente nulla di quel che successe nella Chiesa romana. E’ un black-out pressoché totale che lascia sconcertati, perché si tratta di un periodo cruciale nella storia della formazione della Chiesa, che ne uscì completamente trasformata, soprattutto nella sua struttura gerarchica. Da quel momento iniziò una prodigiosa espansione che la portò nel giro di due secoli a divenire religione di stato dell’impero. Mentre nel periodo apostolico non esisteva “una” Chiesa cristiana, ma un agglomerato di chiese indipendenti, rette ciascuna da un consiglio di presbiteri, dalla fine del primo secolo la direzione delle chiese assunse una forma monarchica, ciascuna retta da un vescovo con poteri assoluti e questi ultimi tutti soggetti all’autorità del vescovo di Roma, figura equivalente al sommo sacerdote di Gerusalemme.

La conferma di una stretta relazione fra i sacerdoti superstiti e la chiesa di Roma ci viene ancora una volta dalla fonte di informazione “non storica” cui si è accennato in precedenza. In un rituale massonico ritroviamo i sacerdoti superstiti riuniti a Roma quali seguaci di Gesù Cristo e soggetti a persecuzione da parte di Tito Flavio Domiziano, succeduto alla morte del grande protettore di Giuseppe, Tito. Persecuzione attraverso cui, peraltro, passano quasi indenni.

L’informazione è di estremo interesse e coerente con le informazioni di carattere storico che possediamo. I punti di maggiore importanza di questa fonte sono innanzitutto che i sacerdoti superstiti hanno ricostituito, o meglio continuato, l’organizzazione sacerdotale creata a suo tempo da Esdra, mantenendone la struttura, i contenuti ed i rituali, ma in segreto, rendendola invisibile al mondo profano. In secondo luogo che si sono “convertiti” al cristianesimo.

Che Giuseppe Flavio si fosse “convertito” al cristianesimo è praticamente certo sulla base dei suoi scritti e delle circostanze storiche note. La parola “convertito” è fra virgolette, perché in realtà non si trattava di un grande passo per Giuseppe Flavio e i suoi confratelli. Gesù era ebreo e non aveva mai rinnegato la “legge mosaica” (anzi la insegnava agli stessi sacerdoti nel Tempio). La sua era una predicazione da ebreo ad altri ebrei, il cui contenuto era in sintonia con il modo di vivere e pensare della setta ebraica degli esseni, che vengono normalmente considerati molto vicini, se non addirittura precursori, dei cristiani. Ma i contenuti dottrinari del cristianesimo, quale emerge da questo periodo di black-out, sono straordinariamente vicini a quelli della setta dei farisei (lo stesso S. Paolo, durante il processo subito nel Tempio, dichiara di aderire alla setta dei farisei).

Giuseppe Flavio, nelle sue opere dedica molto spazio agli esseni e non nasconde la sua simpatia per essi. Da giovane aveva trascorso tre anni nel deserto di Giuda, con un sant’uomo di nome Banno (Vita 7-12), vivendo come un eremita. Al termine di questa esperienza “essena”, però, tornato a Gerusalemme e prese a vivere “seguendo i precetti della scuola farisaica”, la stessa di San Paolo.

Non è il caso, quindi, di parlare di “conversione” se egli ha abbracciato le idee di Gesù, perché non ha dovuto rinnegare nulla della religione professata fino a quel momento. Il vero salto di qualità, quello che distingueva un ebreo da un ebreo-cristiano, era il fatto di accettare Gesù come l’atteso Messia. La grande maggioranza degli ebrei pensava al Messia come ad un sovrano (non per niente doveva essere della stirpe di Davide) che avrebbe ristabilito materialmente il regno e la potenza di Israele. Gesù, invece, proponendosi come Messia, specificò chiaramente che “il mio regno non è di questo mondo”. Dunque, quel che proponeva era un “regno spirituale”. Un concetto che noi oggi accettiamo come normale, quasi banale. Allora era una novità straordinaria, che però era stato abbracciato in pieno da Paolo, ma anche da Giuseppe Flavio e dai sacerdoti che erano con lui, i quali avevano deciso di non riedificare mai più un tempio materiale, ma di dedicarsi alla costruzione in sua vece di un “tempio spirituale”.

Un tempio spirituale per un regno spirituale. Semplice coincidenza casuale? Una relazione fra i due concetti appare più che verosimile e presuppone che gli “edificatori” del tempio spirituale avessero riconosciuto Cristo come il Messia e fossero diventati i fautori e promotori del suo regno spirituale (avevano mille valide ragioni per farlo).

Esistono riscontri precisi in proposito. Giuseppe Flavio, in un famoso passo delle Antichità Giudaiche (il cosiddetto Testimonium Flavianum, libro XVIII, III, 3) scrive testualmente:

“Allo stesso tempo visse Gesù, uomo saggio, se pure lo si può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin dal principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumerevoli altre cose meravigliose su di lui.”

Parole del genere possono venire soltanto da un cristiano, perché testimoniano l’accettazione di due punti essenziali: la risurrezione di Cristo e la sua identificazione con il Messia delle profezie. Le simpatie cristiane di Giuseppe Flavio traspaiono chiaramente anche da altri brani della stessa opera. In XVIII, V,2 egli parla con grande ammirazione di Giovanni Battista e della sue azioni e predicazione, esaltando la validità del battesimo e condannando Erode per il suo assassinio. In XX, IX, 1 esprime uguale simpatia per Giacomo, fratello di Gesù.

Un ulteriore indizio è costituito dal fatto che la persecuzione anticristiana di Domiziano, di cui parlano le fonti cristiane e la fonte “non storica” menzionata, non c’è mai stata in realtà. L’unico martire romano del periodo, annoverato come cristiano, è il senatore ed ex-console Tito Flavio Clemente, giustiziato da Domiziano, secondo Svetonio, non per essere cristiano, ma sotto l’accusa pretestuosa di “ateismo” e di “deviazione verso costumi giudaici”; in realtà per ragioni sue personali (l’imperatore era estremamente lunatico e feroce, tanto da far giustiziare persone del suo entourage per motivi del tutto banali). Clemente era della casa dei Flavi, cugino dello stesso imperatore, ed è certo quindi che aveva stretti rapporti con il parente acquisito Giuseppe Flavio (la prova più evidente di questi rapporti è proprio l’accusa mossagli da Domiziano). Quale altro “cristiano”, in quegli anni, poteva essere in una posizione tale da avvicinare un personaggio così altolocato?

E chi altri, se non una Chiesa legata al gruppo di Giuseppe Flavio, poteva rivendicare Flavio Clemente come un proprio martire? Il “martire cristiano” Flavio Clemente costituisce quindi un preciso legame con Giuseppe Flavio, ed un indizio consistente che quest’ultimo rivestiva un ruolo importante nella Chiesa di allora.

D’altra parte l’inserimento nella comunità cristiana di allora, costituita per la maggior parte da ebrei, di un gruppo così cospicuo e numeroso di sacerdoti superstiti, non poteva non avere conseguenze profonde sull’organizzazione della comunità. Invisi agli altri ebrei, perché considerati traditori, i sacerdoti dovevano essere invece ben visti soltanto fra i cristiani, che accettavano la loro giustificazione di essere stati prescelti da Dio per l’edificazione del regno spirituale.

C’è da osservare, però, che la famiglia sacerdotale, che per oltre un millennio aveva guidato i destini del popolo ebraico e nelle cui vene scorreva sangue reale, non poteva accettare ruoli subalterni in seno alla comunità in cui si era inserita. Certamente si mise alla sua guida e prese saldamente in mano le redini della nascente Chiesa Romana. Non a caso proprio da quel momento iniziò la irresistibile ascesa del cristianesimo, che nel tempo incredibilmente breve di due secoli divenne “religione di stato” dell’impero romano. Si realizzava così il sogno di Giuseppe Flavio, la missione per cui era stato predestinato da Dio: la famiglia sacerdotale mosaica era divenuta per Roma e il suo impero quello che era stata a suo tempo per Gerusalemme e la Palestina; il suo potere, però, non era più fondato sulla gestione di un tempio materiale, come per il passato, ma su un “tempio spirituale”: la Chiesa di Roma.

Questa incredibile ascesa, che ha stupito per primi gli stessi storici cristiani successivi, non desta meraviglia se si considera chi furono i loro protagonisti. Sappiamo con certezza qual era la loro specializzazione, il loro know-how, frutto di una esperienza più che millenaria: sapevano meglio di chiunque altro al mondo come si organizza e si gestisce una religione, indipendentemente dal suo contenuto dottrinario. Dovettero mettere la loro competenza, le loro conoscenze e se stessi al servizio della nascente religione cristiana, impostandola secondo gli schemi ormai collaudati da oltre un millennio, ma con una novità essenziale: l’apertura al mondo pagano. Aveva cominciato lo stesso Pietro ad accogliere pagani nella comunità, tra le proteste degli altri ebrei, che pretendevano dai neoconvertiti il rispetto totale della legge mosaica. S. Paolo rese sistematico l’ingresso dei non-ebrei, creando le opportune giustificazioni dottrinarie. Ai tempi di Giuseppe Flavio ben pochi ebrei dovettero entrare nella comunità cristiana, vista la fama che godevano i loro capi; ma il mondo pagano dovette accorrere in massa, dal momento che il proselitismo veniva fatto da un membro stesso della famiglia imperiale.

Pura speculazione? L’argomento è delicato e urta suscettibilità profonde, per cui molti certamente insorgeranno all’idea, affermando che non esistono prove in proposito. Prove assolute in senso storico, come testimonianze e documenti scritti, forse, no, per lo meno al momento. Ma è indubbio che le coincidenze sono tante e tali da rendere questa ipotesi, se non proprio una certezza, qualcosa di assai più concreto e verosimile di una semplice speculazione. Non è quindi semplice speculazione gratuita l’ipotizzare che proprio allora la famiglia sacerdotale mosaica abbai preso saldamente il controllo della nascente religione cristiana, tramite la propria organizzazione occulta, e ne abbia da allora in poi guidato i destini.

La famiglia sacerdotale mosaica, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, inaugurò una nuova strategia di sopravvivenza, scomparendo nella clandestinità, ma continuando a mantenere in vita l’Organizzazione familiare occulta, creata a suo tempo da Esdra, e sostituendo il Tempio materiale, quale mezzo di sussistenza e di potere, con un “tempio spirituale”, costituito dalla Chiesa di Roma. L’organizzazione occulta controllava l’istituzione visibile, la Chiesa, che a sua volta controllava il popolo dei fedeli. Un sistema perfetto, che faceva scomparire la famiglia in quanto bersaglio ben individuabile da parte dei nemici e la metteva al riparo da campagne di sterminio. Eventuali persecuzioni, come in effetti ci furono, si sarebbero rivolte contro il bersaglio visibile, la Chiesa, lasciando indenne, o quasi, l’organizzazione occulta da cui essa emanava.

Ci sono numerosi e precisi indizi storici che confermano questo scenario, ma l’unica prova esplicita e diretta, almeno al momento, è costituita da quella che abbiamo definito una fonte di informazioni “non storica”, perché costituita da materiale che solitamente non viene preso in considerazione dagli storici. Si tratta dei rituali e delle tradizioni massoniche. Il loro contenuto è tale da dimostrare in modo certo una connessione tra l’organizzazione sacerdotale mosaica e la massoneria moderna.

Le origini della massoneria sono uno dei problemi più discussi e discutibili in tutto il campo della ricerca storica. La tesi più accreditata in campo accademico, quella di un’origine da corporazioni di scalpellini e muratori, ad un’analisi approfondita appare, oltre che inverosimile e per certi aspetti ridicola, del tutto priva di basi storiche e riscontri reali. Quanto alle altre “teorie”, innumerevoli, non mette neppure conto di parlarne. Più si cerca di approfondire il problema delle origini e più la soluzione si allontana, avvolta nel mistero.

Nessuno, però, fino ad oggi ha pensato di risolvere il problema tramite un approccio che appare il più immediato e plausibile per un’organizzazione la quale per tempi immemorabili ha trasmesso le proprie tradizioni e rituali soltanto per via orale, vale a dire esaminando proprio i suoi contenuti tradizionali.

E’ opinione comune che i rituali siano cerimonie di carattere essenzialmente simbolico, ideati ad hoc per trasmettere determinati messaggi. Ma questo non è vero. Quando ci è dato conoscere l’origine di un rituale, infatti, ci si rende conto che esso è sempre ispirato ad un fatto realmente accaduto o presunto tale, che viene “rivissuto” dai partecipanti. I rituali cattolici, per esempio, ripercorrono a distanza di due millenni la storia di Gesù Cristo. Lo stesso dicasi per i rituali delle feste ebraiche, che rivivono gli episodi più salienti della storia di quel popolo, a partire dal passaggio del Mar Rosso.

Ovviamente il rituale rivive sempre un episodio singolo isolato, non inserito nel contesto storico ed ambientale in cui è accaduto, per cui sarebbe illusorio sperare di ricostruire una storia in modo attendibile, partendo soltanto dai rituali che la rappresenta. Ad esempio, non saremmo certo in grado di ricostruire la storia del popolo ebraico o quella di Gesù Cristo partendo soltanto dai rituali che vengono recitati nelle varie ricorrenze dell’anno liturgico ebraico o cristiano. Siamo, però, in grado di riconoscere con certezza a quali vicende i rituali si riferiscono, proprio grazie al loro contenuto informativo di carattere storico. Questa caratteristica dei rituali può risultare utile per orientare l’indagine storica vera e propria là dove mancano gli strumenti tradizionali, come nel caso, appunto, della massoneria, per la quale mancano fonti scritte.

Ebbene, è immediato rendersi conto che i rituali massonici si riferiscono sempre ed esclusivamente ad una storia ben precisa e delimitata: quella della famiglia sacerdotale di Gerusalemme. Fatti e personaggi sono quelli biblici, da Salomone a Geremia, Esdra e così via, ma con il contorno e la costante presenza dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme, che vengono sempre identificati come fratelli massoni. L’identificazione della massoneria con la famiglia sacerdotale giudaica è sempre esplicita e diretta. Anche la cornice è quella giusta. Le riunioni avvengono sempre nel “tempio”, che la presenza di particolari illuminanti, come le colonne Boaz e Joachim, identifica come quello di Salomone, e i partecipanti si caratterizzano come una vera e propria casta sacerdotale, che ricalca il modello della famiglia sacerdotale di Gerusalemme.

I rituali massonici ripercorrono uno ad uno tutti i fatti più salienti della storia della famiglia sacerdotale, che ci sono noti attraverso la Bibbia e sono perciò riconoscibili in modo immediato e certo. Ad esempio, ciascuno dei 33 gradi del cosiddetto “rito scozzese” (il risultato non varia sostanzialmente se ci si riferisce ad altri “riti” massonici, con diverso numero di gradi) è caratterizzato da un ben preciso rituale, a cui sono legate leggende e tradizioni specifiche. I rituali dei primi gradi, fino al tredicesimo, si svolgono tutti nella Gerusalemme dei tempi di Salomone e riguardano vicende collegate ad un momento fondamentale della storia della famiglia sacerdotale: la costruzione del primo tempio. Esecuzione dei lavori, nomine dei sovrintendenti ai lavori, pagamenti, il conferimento di cariche e incarichi ai membri della famiglia sacerdotale, nascondigli segreti, vicende di tradimenti e di sangue e così via, fra cui l’istituzione dei rituali stessi.

Il rituale del 14.mo grado riguarda avvenimenti accaduti quattrocento anni dopo: la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte di Nabuccodonosor e la deportazione dei sacerdoti (indicati come fratelli massoni) a Babilonia. Il ritorno a Gerusalemme, 70 anni dopo, e la ricostruzione del tempio sono raccontati con una quantità di particolari inediti nella Bibbia, dai rituali del 15.mo e 16.mo grado. I rituali del 17.mo e 18.mo grado sono di contenuto filosofico ed esoterico, ma riguardano sempre la stessa storia. Col 19.mo grado si ha un nuovo salto di alcuni secoli: descrive, infatti, la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dei romani, nel 70 d.C..

Fin qui i rituali si muovono in una cornice storica nota dalla Bibbia ed è facile verificare che si riferiscono sempre a vicende della famiglia sacerdotale mosaica. Da questo momento in poi essi rivivono episodi che ci sono noti da fonti storiche, senza però che sia evidenziata una relazione con questa famiglia. Ma è indubbio che si tratta sempre della stessa storia.

Il rituale del 20.mo grado, lo abbiamo già visto, si svolge tra le rovine fumanti di Gerusalemme, dove i fratelli massoni superstiti abbandonano definitivamente ogni velleità di ricostruire materialmente il tempio e decidono di affidare le proprie sorti ad un “tempio spirituale”.

L’episodio successivo, narrato dal rituale del grado 26.mo, si svolge a Roma soltanto pochi anni dopo, all’epoca dell’imperatore Domiziano. Ritroviamo la famiglia massonica nelle catacombe, dove riesce a sopravvivere alle persecuzioni anticristiane scatenate dall’imperatore. Anche per questo episodio abbiamo riscontri storici nell’opera di Giuseppe Flavio, che dimostrano una stretta relazione con i sacerdoti superstiti di Gerusalemme.

Segue un lunghissimo periodo di black-out, di quasi mille anni, al termine dei quali ritroviamo i fratelli massoni, nei rituali dal 27.mo al 32 grado, a Gerusalemme, con lo stemma dei crociati sul petto, esattamente dove ci aspetteremmo di ritrovare una famiglia che di quella città era stata proprietaria per oltre un millennio e che certamente non poteva rimanere insensibile ed estranea ad una sua riconquista. Vengono in particolare rivissute le vicende dei Templari, fino al loro scioglimento nel 1307.

Come si vede, quella raccontata dai rituali massonici, con il loro contorno di leggende e tradizioni tramandate oralmente, è una storia completa e talmente circoscritta e coerente da far apparire inverosimile l’ipotesi, sostenuta da alcuni, che siano stati “inventati” in epoca moderna. Essi provengono direttamente dalla famiglia mosaica. C’è indubbiamente un legame diretto e continuo fra le l’organizzazione creata da Esdra e ricostituita da Giuseppe Flavio a Roma e la massoneria moderna. A quanto pare la massoneria riproduce l’organizzazione di Giuseppe Flavio, esattamente come un fossile riproduce le forme di un essere vivente ormai estinto da epoche immemorabili, consentendoci di avere informazioni molto precise su di lui, anche se la materia vivente è stata interamente sostituita dalla pietra.

La sua struttura, i contenuti, i rituali dovrebbero essere l’immagine essenzialmente fedele della primitiva organizzazione sacerdotale. Cambia ovviamente la sostanza: sacerdoti discendenti da Mosè da un lato, con un’organizzazione viva, in cui ogni rituale, ogni istituzione, come la solidarietà fra fratelli, il mantenimento del segreto e tutta la parafernalia della massoneria, dai segnali di riconoscimento reciproco alle parole di passo ecc., avevano una funzione ed uno scopo vitali per la sopravvivenza della famiglia stessa. Dall’altra parte perfetti estranei senza alcun legame fra loro, che recitano parti di cui non conoscono l’origine ed il significato e continuano ad usare simboli e comportamenti che sono divenuti ormai puro folclore nell’organizzazione odierna.

Il processo di “fossilizzazione” dell’organizzazione sacerdotale mosaica è cominciato, secondo le informazioni che possediamo, in Inghilterra. Da alcuni manoscritti apprendiamo che individui non appartenenti all’arte massonica (vale a dire non appartenenti alla famiglia mosaica), i cosiddetti “accettati”, re, principi, ministri cominciarono ad essere ammessi a far parte dell’organizzazione fin dal decimo secolo. Nel 1600 esistevano logge formate da soli “Accettati” che annoveravano i più cospicui personaggi dell’epoca, fra cui Newton. Quando nel 1717 quattro logge londinesi decisero di riunirsi e formare la Gran Loggia d’Inghilterra, atto di nascita ufficiale della moderna massoneria, forse fra le loro file non esisteva più un solo discendente di Mosè. Erano infatti tutte logge di “Accettati”, un’organizzazione in cui il significato e gli scopi originari erano andati smarriti, ma che ebbe un enorme, immediato successo, grazie al fatto di essere aperta a tutti (o quasi).

La storia dell’organizzazione sacerdotale mosaica, quindi, è come un fiume che si immerge nel sottosuolo per riapparire più a valle. Sappiamo quando e dove scompare, a Roma nel 70 d.C., e quando e dove riemerge in superficie, a Londra nel 1717, ormai completamente snaturata nella sua sostanza. Del percorso “sotterraneo” che sta nel mezzo conosciamo soltanto alcuni punti salienti attraverso i rituali, che ci consentono di attribuire alla famiglia sacerdotale fatti e personaggi, come le crociate, i templari e gli altri ordini cavallereschi e così via. Un’analisi storica che cerchi di unire i punti estremi, passando attraverso gli episodi noti dai rituali massonici, dovrebbe consentire di tracciare il percorso di questo fiume sotterraneo, almeno a grandi linee, con buona attendibilità.

L’organizzazione sacerdotale rivitalizzata da Giuseppe Flavio doveva essere del tutto analoga a quella odierna della sua immagine “fossile”, la massoneria, con la differenza che i suoi membri erano tutti e soltanto discendenti di Mosè e gli obblighi di solidarietà, reciproca assistenza e così via erano assoluti. Come pure quello del segreto; la morte era la pena per chi lo avesse trasgredito.

L’attività principale della famiglia, come si è detto, era e rimase nel campo della religione e fu dedicata alla edificazione e diffusione della religione cristiana, con energia e successo travolgenti. Il “tempio spirituale”, vale a dire la Chiesa di Roma, venne a costituire la base del potere della famiglia a partire dalla fine del primo secolo. Papi e vescovi venivano insediati dalla associazione mosaica occulta, con meccanismi che via via si modificavano e affinavano mano a mano che la base della famiglia si allargava (certamente dovevano venire eletti anche membri non appartenenti alla famiglia, purché controllabili). Chi era insediato in posizione di potere era tenuto ad insediare in posizioni di potere sotto il suo controllo altri confratelli (ma soltanto lui li conosceva in quanto tali; per il mondo profano si trattava di estranei).

Per poter assicurare il controllo delle cariche ecclesiastiche fu istituito per i prelati l’obbligo del celibato, comparso allora per la prima volta. Fino ad allora nessun sacerdote del mondo antico aveva avuto tale obbligo, neppure nella primitiva Chiesa apostolica. Dalla fine del primo secolo, invece, invalse la consuetudine che papi e vescovi non potessero sposarsi. A partire dal 306, col sinodo di Elvira, in Spagna, l’obbligo del celibato fu esteso a tutti gli ecclesiastici. E’ una fatto significativo e indicativo, che non trova giustificazione nella predicazione di Cristo o nelle consuetudini. Esso rispondeva ad una precisa esigenza della organizzazione sacerdotale occulta. Il celibato di coloro che assumevano cariche di rilievo nel tempio spirituale, cioè papi e vescovi, aveva una ragione specifica: evitare il sorgere di dinastie familiari, che avrebbero potuto sottrarsi al controllo della famiglia sacerdotale.

Diversi altri fatti storici si spiegano soltanto con l’esistenza di questa organizzazione occulta, o comunque acquistano un significato chiaro e soddisfacente se esaminati alla luce di essa. Si è già detto del black-out di informazioni sulla Chiesa romana alla fine del primo secolo, quando la famiglia sacerdotale mosaica si insediò ai suoi vertici, e del fulmineo, inspiegabile successo della nuova religione. Si spiega anche il fatto, indubbiamente anomalo e strano, che la Chiesa abbia esercitato sempre una sorta di tutela sul popolo ebraico. La famiglia mosaica non rinnegò le proprie origini ebraiche; la religione ebraica era una creazione di Mosè e si è sempre identificata con la sua famiglia. E’ più che ovvio pensare che anche dopo il cambio di strategia imposto dalle circostanze e messo a punto da Giuseppe Flavio, la famiglia sacerdotale continuasse a considerarsi ebraica e comunque in carica del popolo ebraico. E’ legittimo pensare che alcune delle famiglie confluite nell’organizzazione di Giuseppe Flavio (non dimentichiamo che si furono ben 250 sopravvissuti) si siano prima o poi “cristianizzate” interamente, abbandonando la legge mosaica. Altre, però, dovettero rimanere in tutto e per tutto “ebree”. Altre ancora scelsero una via di mezzo, continuando a seguire la legge mosaica, pur accettando i principi cristiani (questa setta particolare era detta “ebionita” e la sua presenza è accertata fino al sesto secolo).

L’organizzazione mosaica occulta, quindi accoglieva certamente nel suo seno membri di entrambi le religioni (la sua immagine “fossile”, la massoneria, è infatti estremamente tollerante in fatto di religione); essa doveva quindi esercitare una sorta di protezione nei confronti degli ebrei. E’ da notare infatti che gli ebrei furono sempre tollerati, e spesso apertamente protetti dalle gerarchie ecclesiastiche, a differenza di tutte le altre religioni e delle eresie cristiane. Quando gli imperatori romani, da Costanzo a Giustiniano, cominciarono ad imporre il Cristianesimo come religione di stato, vietando tutte le altre religioni, fecero eccezione per quella ebraica, che era soggetta a restrizioni, ma non vietata.

E c’è un continuo travaso, nella storia dell’Occidente, di personalità dal mondo ebraico a quello cristiano (ad esempio, papa Innocenzo VIII, promotore dell’impresa di Colombo, era figlio di Aharon Cybo, di famiglia ebraica. E lo stesso Colombo era figlio di madre ebrea).

Non è dato sapere fino a quando la famiglia abbia mantenuto il controllo sul papato e se lo abbia fatto continuativamente. Problemi dovettero sorgere già verso la fine del primo millennio, che portarono alla riforma del sistema elettivo intorno al 1050, quando fu introdotto il sistema attuale, che prevede l’elezione del papa da parte di un collegio di principi della Chiesa (in precedenza l’elezione era decisa dalle grandi famiglie romane). In un primo tempo i cardinali dovevano essere designati dalle famiglie sacerdotali mosaiche (che a quell’epoca dovevano essersi moltiplicate e ramificate a dismisura), che in tal modo continuavano a mantenere il controllo del papato, ma poi anche questo sistema perdette efficacia, quando re e imperatori cominciarono a imporre l’elezione di cardinali a loro fedeli, non appartenenti alla famiglia mosaica, scompaginando così il sistema di controllo dell’organizzazione occulta.

Naturalmente, accanto agli interessi di carattere religioso ed ai membri celibi inseriti nelle gerarchie della Chiesa, l’organizzazione sacerdotale aveva anche una dimensione diciamo così, “civile”, costituita dalle famiglie vere e proprie dei sacerdoti. Famiglie che già in partenza erano dotate di larghi mezzi finanziari e che indubbiamente, grazie non solo alla naturale inclinazione della razza, ma anche e soprattutto alla solidarietà reciproca, continuata nel corso dei secoli, dovettero migliorare enormemente la loro posizione economica e sociale. Non va dimenticato che i sacerdoti costituivano la “classe nobiliare” del popolo di Israele (è sempre Giuseppe Flavio ad affermarlo con orgoglio) e che alcune delle famiglie superstiti avevano sangue reale nelle vene.

Fino a che la struttura imperiale dell’impero romano rimase in auge, era difficile far valere questa condizione, ma la rivendicazione rimaneva e non c’era alcuna remora ad impadronirsi di posizioni di potere, facendo valere i propri titoli nobiliari, fino a quello più elevato, ovunque se ne presentasse l’opportunità. La famiglia dilagò in tutto l’occidente, al seguito dei suoi missionari e un poco alla volta assunse posizioni di potere nei popoli evangelizzati, sfruttando l’appoggio della Chiesa (e viceversa, naturalmente). Un numero notevole di grandi famiglie, infatti, a cominciare dai Merovingi per finire coi Medici, hanno origini avvolte nella leggenda, che quasi sempre riconducono al mondo ebraico.

Intorno al mille la famiglia mosaica aveva colonizzato l’intera Europa e conquistato posizioni di predominio, soprattutto in Italia, Francia ed Inghilterra. Una parte notevole della classe nobiliare di questi paesi doveva essere costituita da discendenti di Mosè. Molti di essi escono allo scoperto al tempo delle crociate. E’ indubbio che le crociate sono state promosse dalla famiglia mosaica, che in tal modo ambiva a rientrare in possesso dei suoi antichi domini palestinesi. E per poco più di un secolo vi riuscì. Fu una membro della famiglia, discendente di Mosè, quello che assunse il trono di Gerusalemme, re-sacerdote che tornava dopo più di mille anni a ricoprire quel ruolo che era stato dei suoi antenati Asmonei. E membri della famiglia erano quei nove cavalieri, i futuri templari, a cui il re concesse la moschea di Al Aqsa, nella spianata del tempio, vicino alla reggia, con il permesso di scavare nelle viscere del monte Moriah. In una singolare commistione di poteri, i Templari prestavano il loro servizio al re di Gerusalemme, ma professavano obbedienza assoluta al papa, anch’esso un discendente di Mosè in incognito. E, fatto mai spiegato storicamente, fu il papa stesso che decretò la fine dell’ordine, senza che ci fosse mai alcun atto formale di disobbedienza. L’ordine dei Templari era assurto a grande potenza e ricchezza nella Palestina crociata. Dopo la caduta di Gerusalemme aveva stabilito il suo quartier generale in Francia, ma con ramificazioni in tutta Europa; in Portogallo aveva addirittura creato un proprio regno. Esso fu sciolto nel 1307, apparentemente per volere del re di Francia Filippo IV, detto il Bello. L’ultimo gran maestro, Jacques De Molay, salì sul rogo qualche anno dopo a Parigi, con i suoi due luogotenenti.

Quali furono i motivi veri che portarono alla distruzione dell’ordine? Evidentemente era diventato troppo potente, tanto da sfuggire al controllo. Ma al controllo di chi? Non certo di Filippo il Bello, che non lo aveva mai avuto: i Templari rispondevano unicamente al papa. Fu il papa stesso a decretarne lo scioglimento e non soltanto nei domini di Filippo il Bello, ma in tutto il mondo cristiano. Per quali ragioni dovette disfarsi (suo malgrado) di un ordine fedele a tutta prova, che gli procurava ricchezze e potere? Egli agiva evidentemente su istruzioni di un potere occulto che vedeva nella potenza economica e militare dei Templari una minaccia al proprio potere. Fu una lotta intestina tra fratelli. Lo prova il fatto che soltanto i tre capi in testa furono giustiziati, mentre la stragrande maggioranza dei Templari fu risparmiata e aggregata ad altre organizzazioni cavalleresche, come pure i loro beni, o semplicemente cambiarono nome, riprendendo quello originario, come in Portogallo. In tal modo rientrarono all’obbedienza di chi li controllava, cessando di dare ombra. L’ordine scomparve in quanto tale senza alcuna resistenza, ma è accertato che alcune centinaia di suoi membri rifiutarono di sottomettersi, riparando fuori dalla Francia, in particolare in Inghilterra e in Scozia. E’ possibile che proprio questi transfughi templari, i quali, anche se sconfessati dalla “loggia” madre, erano pur sempre membri della famiglia mosaica, in possesso di tutti i suoi segreti e rituali, abbiano dato vita a logge separate da cui avrebbe poi avuto origine l’organizzazione “fossile”, aperta a tutti, che va sotto il nome di massoneria.

Ma che fine hanno fatto i veri discendenti di Mosè? L’unica cosa di cui possiamo essere certi è che esistono ancora. Ma sono sempre associati in un’organizzazione occulta, riservata solo a loro, com’era alle origini? Come ha reagito la famiglia nel corso dell’evoluzione della storia degli ultimi secoli? Ha sostituito il tempio spirituale con qualcosa di altrettanto valido? Una nuova istituzione, come ad esempio un “tempio finanziario”, o che altro? Il fatto che alcune logge inglesi siano degenerate, accogliendo elementi estranei alla famiglia, non preclude l’esistenza di logge riservate esclusivamente alla famiglia e del tutto segrete. Ma qui siamo veramente nel campo della pura illazione…

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