venerdì 15 marzo 2013

La Terra di Saturno

Ulteriore conferma alla tesi sostenuta dal Progetto Atlanticus relativamente alla presenza di numerose civiltà precedenti la fine dell'ultima era glaciale su terre emerse successivamente sommerse da ciò che chiamiamo Diluvio e che vengono raggruppate nel nome di Atlantide.

Centuripe, città antica fondata dall’arcaico popolo dei Siculi, tra i numerosi motivi di interesse dovuti alla bellezza dei luoghi e ai notevoli resti archeologici ne ha uno meno conosciuto non solo dagli appassionati di storia ma forse anche dai suoi stessi cittadini, perché fu la città natale di Giuseppe Brex, una notevole figura di studioso e di scrittore che si inserisce a pieno titolo in una linea di pensiero che possiamo far risalire almeno al XVIII secolo: parliamo della linea storica che ricercò le origini della civiltà italica, facendola risalire al periodo preistorico e ponendola anzi come la più antica tra le civiltà del Mediterraneo.

L’argomento di questa ricerca storica tra gli specialisti prende il nome di “Saturnia Tellus”, la Terra di Saturno, termine adoperato dagli autori classici romani e greci per indicare l’Italia come il luogo in cui fiorì la prima civiltà introdotta da un Dio, appunto Saturno, il quale, secondo la mitologia, sconfitto e spodestato dal figlio Giove venne a rifugiarsi nel Lazio dove fece costruire una città sul Campidoglio, che da lui prese il nome di Saturnia, là dove millenni dopo sarà fondata da Romolo la città di Roma.

Questo filone storico, indubbiamente appassionante e che solo in tempi relativamente recenti sta trovando le prime conferme negli scavi sul Campidoglio e sul Gianicolo intrapresi all’inizio del 1900, trovò le sue prime origini in autori toscani tra cui Anton Francesco Gori, Mario Guarnacci e Luigi Lanzi, i quali nel 1700, in una Italia allora divisa tra tanti Stati e sotto il governo di popoli stranieri, rivendicarono attraverso lo studio dei testi degli antichi scrittori latini e greci il “primato italico”, cioè l’origine della civiltà occidentale, al popolo degli Etruschi.

Con il passare dei decenni, le ricerche furono approfondite e raggiunsero la prima sistematizzazione con Angelo Mazzoldi, il quale pubblicò a Milano nel 1840 il suo principale testo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, fondamentale per tutti gli autori che lo seguirono: egli dava il “primato italico” ad un popolo precedente gli Etruschi, popolo che abitava una terra che in seguito era andata distrutta da inondazioni e terremoti vulcanici, la Tirrenide (nulla a che vedere con l’Atlantide platonica), un subcontinente che comprendeva Italia, Sicilia, Sardegna, Corsica e le isole minori, l’isola d’Elba e Malta. 


La moderna geologia ha in gran parte confermato le brillanti intuizioni di Mazzoldi: effettivamente alla fine dell’ultima Era Glaciale il Mediterraneo salì di oltre cento metri al di sopra del livello attuale, il che vuol dire che tutte le zone pianeggianti furono sommerse, e sembra che ciò sia avvenuto in un tempo abbastanza breve, forse non più di trenta anni.

A questa inondazione, da non confondersi con il diluvio biblico, fece seguito l’eruzione improvvisa della catena vulcanica che attraversa l’Italia dalla Toscana al Lazio, alla Campania fino alla Sicilia (si ricordi che nelle isole Eolie i vulcani sono ancora attivi e che nel mare tra Napoli e la costa nord della Sicilia vi è una catena parallela di vulcani, almeno uno dei quali , il Marsili, è ancora in fase eruttiva). Il “cataclisma italico” o “catastrofe atlantica”, come lo chiamarono questi scrittori, distrusse gran parte dell’Italia centrale e meridionale e staccò la Sicilia dal continente, a cui una volta era unita da un istmo (si pensi che questo già lo sapeva Plinio, autore romano che scrisse nel I secolo d.C. !), costringendo le popolazioni a rifugiarsi sui monti o a fuggire via mare per scampare alla catastrofe.

In questo movimento di popoli vi fu anche quello dei proto-Siculi, che, spinti dalle nuove genti che scendevano dal nord per prendere posto nelle terre ormai in gran parte disabitate, giunsero in Sicilia portando con sé il retaggio dell’antica civiltà della Tirrenide.

Al Mazzoldi fecero seguito una serie di studiosi e di archeologi i quali perfezionarono ulteriormente le sue tesi, anche grazie allo sviluppo di nuove scienze quali la paletnologia e la paleontologia ed ai nuovi studi archeologici e agli scavi che si andavano facendo a Roma come in Sicilia; ci limitiamo a citare tra essi Camillo Ravioli e Ciro Nispi-Landi per il XIX secolo ed Evelino Leonardi, Costantino Cattoi e Guido Di Nardo per il XX.

In questa linea di autori si inserisce a pieno titolo Giuseppe Brex, nato a Centuripe nel 1896 e morto a Lanuvio presso Roma nel 1972, autore di un testo, intitolato proprio Saturnia Tellus e stampato a Roma nel 1944, nel quale avanza la tesi che il “primato italico” sia da attribuirsi al popolo dei Siculi per il periodo successivo a quella che viene chiamata la “catastrofe atlantica”.

Nato in Sicilia ma vissuto durante la guerra a Roma, Brex si distingue dagli autori che lo hanno preceduto per diversi motivi: il suo libro, Saturnia Tellus, ha come argomento centrale l’antichità del popolo dei Siculi, del quale egli rivendica il primato sulle altre stirpi come prima e più antica popolazione italica: non a caso il libro venne pubblicato a Roma nel maggio 1944, quando gli Anglo-Americani erano in procinto di sbarcare nella sua terra nativa (luglio 1944), quasi volesse rivendicare contro le più recenti etnie anglosassoni la supremazia storica dei siciliani; altro aspetto particolare è l’essere il suo un testo prettamente storico ed archeologico, che poco spazio lascia alle idee esoteriche che invece costituiscono il nucleo centrale delle opere di Leonardi e ancor di più del Di Nardo e di Cattoi (anche se quest’ultimo non ci ha lasciato scritti di sua mano, ma la storia dei suoi lavori non lascia dubbi in merito).

A Centuripe, molti anni dopo la pubblicazione del libro di Brex, venne rinvenuta una lapide scritta in dialetto dorico la quale, tradotta dall’epigrafista catanese Giacomo Manganaro, rivelò essere un trattato di “riconoscimento ufficiale dei vincoli di parentela, di amicizia e di ospitalità, che legavano i Centuripini con i Lanuvini… il Senato di Lanuvio riconobbe la fondatezza della richiesta centuripina ed emanò il decreto di convalida dei remoti vincoli di parentela fra i due popoli” .

Il Sindaco di Lanuvio nel 1971 propose al suo omologo di Centuripe di rinnovare l’antico gemellaggio, invito che venne accolto anche per l’esortazione di Giuseppe Brex, a quel tempo Presidente dell’Associazione “Aborigeni d’Italia” da lui fondata a Centuripe. Da allora periodicamente il gemellaggio tra le due cittadine viene rinnovato nei mesi di maggio e di settembre, con l’incontro dei massimi rappresentanti dei due comuni.
Brex morì l’anno successivo al primo gemellaggio ma volle essere sepolto nell’adottiva Lanuvio, ove ancora oggi una stele ricorda lo studioso.


La “lapide del gemellaggio” confermava, con una prova archeologica inconfutabile, le tesi già espresse da Brex nel 1944 della comune origine dei Siculi e dei Latini: Brex aveva messo in luce i rapporti, davvero singolari, tra la sicula Centuripe e Roma, ricordando come Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, il pretore che aveva dissanguato la Sicilia durante il suo incarico, avesse affermato le comuni origini dei cittadini di Centuripe e di Segesta con la stessa Roma: “I cittadini di Segesta e di Centuripe sono legati al popolo romano non solo per i servizi resi, per la fede giurata, per l’antica amicizia, ma anche per essere nati da uno stesso ceppo”.

Questa comune origine di due città così distanti tra di loro si può spiegare solo ammettendo una comune discendenza dei due popoli, dei Siculi e dei Latino-Romani, fatto che contrasta con quanto è stato scritto dagli autori che lo hanno preceduto (per i quali i Siculi sono considerati “popoli invasori” della terra che era in origine degli Aborigeni), ma che può trovare una sua ragione nei nuovi studi archeologici che erano stati condotti in Sicilia e a Centuripe in particolare nella prima metà del XX secolo, quali quelli di Orsi, grande ricercatore delle origini siciliane, e di Sergi , al quale sono dovute accurate indagini sull’argomento dal punto di vista antropologico.

La tesi dei Siculi come primi abitatori d’Italia, ripresa più tardi dal Di Nardo in suo lavoro del 1952, sempre poggiato sugli studi del Sergi (nel quale attribuisce tale primato al popolo Ligure-Siculo di cui sarebbero successive ripartizioni i popoli dei Latini, Osci, Volsci, Sabini, Marrucini e Frentani), si appoggia, secondo Brex, anche sulle somiglianze di molti nomi di città o località sicule sia con quelle latine (pagg. 42 ss.), sia con quelle della Troade, la regione dove sorgeva Troia e da cui era venuto Enea in Italia, il che “ci fa ritenere che il luogo d’origine dei Siculi sia appunto quello dell’Asia Minore” (pagg. 16 ss.), Siculi che sono per Brex appartenenti alla famiglia degli Indoeuropei, affermazione contrastante con le tesi anti-indoeuropeiste dello stesso Sergi come degli scrittori che lo hanno preceduto, Leonardi e Di Nardo.

L’origine del nome “Siculi” è piuttosto insolita: il nome verrebbe da “Aus(ik)eli” cioè gli “Asi Antichi”, da cui Sikeli ed infine Siculi, dove il termine keli, antico, andrebbe messo in relazione con parole latine come sae-culum, periodo antico, e Jani-culum, monte dell’antico Dio Giano (pag. 21); ad appoggiare la sua tesi, Brex cita la radice africana kulù usata da molte popolazioni dell’Africa sud-orientale per comporre il nome del Dio, il cui significato è “vecchio antenato”.

L’antichità della popolazione sicula sarebbe confermata dal fatto che Saturno, il più antico Dio italico, è raffigurato con in mano il falcetto o sikala, strumento ideato dai Sikeli-Siculi per falciare e disboscare (pag. 23 e pag. 33); questa immagine del Dio si è poi trasformata in quella di Saturno con la falce quando la religione italica venne a contatto con quella greca, in cui Kronos, la divinità greca ritenuta omologa del Saturno romano, era il Dio del Tempo che trascorre e non più il Dio che aveva dato agli uomini la conoscenza dell’agricoltura e della civiltà.

Le tesi di Brex e degli autori suoi contemporanei sono ancora oggi oggetto di studio e di dibattito presso gli specialisti dell’argomento della “Saturnia Tellus”, e speriamo che questo modestissimo omaggio alla sua memoria sia utile ai suoi concittadini per riscoprire l’altezza delle loro origini non solo antiche ma anche in un recentissimo passato.

di Paolo Galiano

http://kentoripa.altervista.org/blog/giuseppe-brex/comment-page-1/

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