sabato 12 gennaio 2013

Il Cristo-Serpente - Parte 4

La conclusione degli articoli di Musashi

Chrismon e ankh
Chrismon e ankh

Dei filoni misterici da me ipotizzati è bene al fine enunciare esplicitamente quali e quanti. A mio avviso sono principalmente due impossibili da scartare (ve ne sarebbe altri ma secondari, si tenga presente del resto che le religioni misteriche tendono comunque ad assomigliarsi per relazione analogica e derivazione dagli stessi archetipi). Tuttavia sul piano formale vi è da rilevarne due, a mio avviso.

Analizziamo la prima.

E’ giustamente stato rilevato da molti come il battesimo, inizialmente rito di iniziazione, non avesse precedente alcuno nella tradizione ebraica, per cui non si spiega da dove fosse derivato se coloro che lo praticavano avessero attinto unicamente alla tradizione veterotestamentaria.

I numerosi riti di abluzioni purificatorie (praticati da gruppi ebraici: Farisei ma persino dagli stessi Esseni, in osservanza ai loro rigidi precetti di purezza, che peraltro derivavano dal sacerdozio babilonese-caldeo, dopo il periodo della cattività babilonese) si compivano più volte nel corso della giornata ed avevano scopo di lavacro purificatorio: non possono essere certo confusi con una iniziazione come il battesimo, che infatti veniva compiuto una sola volta nel corso della vita ed aveva il senso di una rinascita. Nulla di simile si trova nell’ebraismo, che al massimo conobbe dei riti lustrali di purificazione ripetuti di frequente, ma senza finalità iniziatiche.


Viceversa è ampiamente attestato l’uso delle immersioni rituali in vasche come atto di rinascita nei riti iniziatico-sacerdotali dei templi egizi (cfr. Max Guilmot, Iniziati e riti iniziatici nell’Antico Egitto, pag. 177 e seg.). Donde attinse questa conoscenza Giovanni Battista? Non certo dalla tradizione biblica.

Circa le iniziazioni egizie, il papiro T32 di Leida attesta che la fase di immersione del miste in acqua avveniva dopo la fase della Giustificazione (maakheru) nelle iniziazioni egiziane e rappresentava la rigenerazione effettiva. L’immersione in acqua rappresentava la discesa di Osiride negli abissi (in alternativa si scendeva sottoterra in altre forme rituali). L’uscita dalle acque costituiva la rinascita effettiva. Nei Testi dei Sarcofagi (formula 393) leggiamo: “nel lago, ricevetti la corona”, la corona nei misteri antichi essendo simbolo quasi universale di rinascita iniziatica.

Questo basta, credo, a far riflettere sull’origine né biblica né ebraica di uno dei principali “sacramenti” del cristianesimo.

I Nazorei, o coloro che seguivano il Battista, erano iniziati ad una tradizione interna proveniente dall’Egitto?

D’altra parte, se è abbastanza evidente che i “dieci comandamenti”, di cui in Esodo, sono derivati dalle formule delle confessioni negative del Libro dei Morti, è ugualmente evidente che – in analogia a quanto scritto sopra circa il battesimo – anche l’istituto sacramentale della confessione cristiana non trova nessuno specifico antecedente nella religione ebraica. Di nuovo dobbiamo risalire alle iniziazioni dei complessi templari egizi per ritrovare qualcosa che possa aver suggerito la base di questa istituzione cristiana. Si tratta della “Giustificazione”: il rito di confessione delle proprie colpe e dell’assoluzione da parte del Tribunale di Osiride che trasformava l’iniziando –ove fosse superata questa prova- in un maakheru, primo gradino del processo iniziatico (M. Guilmot, op.cit., pagg.172-175).

L’archeologo “eterodosso” Ahmed Osman, nel libro House of the Messiah, ha avanzato l’idea che i Vangeli propongano la rappresentazione di un mistero risalente a molti secoli prima, all’antico Egitto. Anche Osman si basa sugli impressionanti paralleli tra il mito di Gesù e le storie dell’antica religione egizia, in particolare il mito di Osiride.

Monogramma di Cristo
Monogramma di Cristo

Sia che si voglia seguire l’ipotesi della costruzione mitografica della vicenda di Gesù, sia che si voglia ammettere, sia pure con diversi gradi di leggenda, l’effettiva storicità della sua persona (cosa per la quale ormai propende quasi tutta la comunità dei ricercatori), non si può non rintracciare dei passaggi che richiamano cerimoniali iniziatici degli antichi misteri pagani intercalati nella narrazione dei vangeli canonici. Secondo il Vangelo di Giovanni la Maddalena, la prima a recarsi al sepolcro di Gesù, in lacrime rispose al giardiniere che la interrogava (che poi era lo stesso Gesù): “hanno portato via il mio signore e non so dove lo abbiano deposto” (Gv 20, 13).  Ricorda la frase rituale pronunciata dalla sacerdotessa di Iside a proposito del suo sposo Osiride, nonché analoghe lamentazioni rituali che doveva pronunciare la miste nei misteri di Tammuz/Attis.

Queste tracce sono ancora presenti nella liturgia: basti pensare che il pastorale cattolico comunemente impiegato non è altro che il pastorale indicante la Clemenza, il pastorale (hekat) di Osiride e del faraone. L’altro attributo, il flagello del Rigore, il cattolicesimo sembra averlo non conservato, tuttavia nel racconto evangelico della cacciata dei mercanti dal tempio è stato simbolicamente brandito dal Cristo. Ugualmente per alcuni gnostici cristiani esso era l’arma di Abraxas, il Dio supremo. Circa la natura pastorale di Gesù, l’essere “pastore” (non nel senso moralistico del cristianesimo attuale, ma per precise correlazioni esoteriche) era attributo peraltro proprio di Osiride e di Orfeo.

La sopravvivenza di questi elementi simbolici non deve essere presa per quel meccanismo propagandistico di “inculturazione” usato nei secoli per rabbonire le masse convertite da altre religioni (spesso a forza). Infatti tali tratti sono ancor più evidenti non nei riti pubblici del cristianesimo ma in quelli meno conosciuti, utilizzati raramente e “desueti”, ma che ancora la Chiesa conserva e pratica per “uso interno”. Si pensi all’uso di inumare i pontefici – si badi: solo loro! – all’interno di quattro teche di materiali differenti corrispondenti ciascuno a i corpi sottili della tradizione egizia. Tale è la pratica di sepoltura dei faraoni nei quattro sarcofagi tradizionali.

La derivazione “egizia” si può spiegare in vari modi. Di sicuro ci sono persino degli esoteristi che hanno ipotizzato che il mito di Gesù sia stato creato ad arte per far sopravvivere l’iniziazione osiriana. Cosa a mio avviso poco credibile perché è difficile credere che vi fosse qualche motivo per impacchettare una via iniziatica regolare in un sottoprodotto exoterico per farne sopravvivere almeno i simboli. Le religioni misteriche erano vive e vegete nei secoli dell’era tardo-antica, anzi erano al culmine della loro diffusione e vivezza: non vi era certo motivo di ricorrere a tali forme. Tuttavia questo ragionamento si fonda su una somiglianza di fondo che è oggettiva.

Va poi detto che per l’origine  egizia dei riti cristiani e dei “simboli” vi sono indizi anche di altra natura da ricordare.

San Cristoforo cinocefalo
San Cristoforo cinocefalo

La più grande comunità cristiana (nei primi secoli) fu in Egitto e la Chiesa di Alessandria fu il centro della cristianità (ben prima che primeggiasse Roma). In Egitto sono stati ritrovati un serie di vangeli molto antichi, non appartenenti né al gruppo dei canonici ma nemmeno a quello dei vangeli gnostici attualmente noti. Si tratta dei vangeli dei famosi papiri di Ossirinco e di Fayyum. Da notare che ad Ossirinco era associato il mito del Pesce che ingurgitò il fallo di Osiride (l’unica parte del corpo del dio che non fu ritrovata), e il simbolo dei cristiani fu proprio il pesce. Curiosa coincidenza che degli antichi vangeli fossero conservati proprio ad Ossirinco. Il testo di questi vangeli (specie Oss.1224) è fortemente anti-ebraico, tuttavia dimostra di conoscere superficialmente le usanze ebraiche, ragion per cui attesta una “corrente” del cristianesimo circolante in un mondo non ebraico, e completamente al di fuori di esso!

E se addirittura il Cristianesimo non fosse nato in ambiente ebraico?

In attesa di rispondere a questa domanda mi limiterò ad osservare che l’episodio della fuga in Egitto di Gesù apre spazio a scenari interessantissimi per le nostre ipotesi. Non è un caso se, fra le tante direzioni possibili per la fuga si sia – dalla cosiddetta “sacra famiglia”- l’Egitto. Gli stessi vangeli canonici ci lasciano ignari di dove e come Gesù trascorse i suoi primi trent’anni. Le tradizioni apocrife della chiesa copta e i vangeli dell’infanzia narrano di numerosi luoghi legati alla vita della famiglia di Gesù in Egitto, lasciando intendere che la sacra famiglia avrebbe trascorso un lungo periodo di anni in vari luoghi dell’Egitto. E se Gesù fosse stato iniziato in Egitto? Questo spiegherebbe la provenienza di tutti quei riti già detti, che non hanno alcun precedente nella religione ebraica.

Ancora, nell’apocrifo copto Storia di Giuseppe il falegname, vi sono alcune significative cifre simboliche che richiamano l’iniziazione osiriana. Ad esempio Giuseppe sarebbe morto nel giorno 26 del mese di Epipi, giorno epagomeno che il culto egizio associava alla resurrezione di Osiride. Anche lo gnostico Basilide (II sec.) interpretava i vangeli in chiave simbolica: ad esempio quando si dice che Gesù fu battezzato “nell’[anno] quindicesimo di Tib[erio]” esso andrebbe letto come un riferimento al giorno 15 del mese di Tyb o Tibi  dell’antico calendario egizio (giorno che rapportato al nostro calendario darebbe la data del Natale copto, curiosa coincidenza!).

Così sarebbe da supporre che molti vangeli (sia apocrifi, sia canonici) contenessero in maniera criptata delle date del complesso calendario iniziatico dei Misteri di Osiride.

Del resto l’inquietante ed enigmatica frase dell’imperatore Adriano, presente in una lettera contenuta nell’Historia augustana secondo cui i vescovi cristiani in Egitto (siamo intorno al 130) adorassero Serapide (Wsr-Apis), potrebbe far supporre un culto iniziatico riservato nella cerchia dei vescovi cristiani egiziani.

Prendiamo il chrismon, simbolo dei primi cristiani oggi non più usato. La spiegazione usuale dell’origine di questo simbolo non convince: perché mai prendere le prime due lettere del nome di Cristo? È evidente che questo non ha un significato in sé, e si tratta di una giustificazione a posteriori; persino il valore numerologico di queste due lettere greche X e P (600+100) non dà nulla di significativo. In realtà esso è un palese riadattamento dell’Ankh egizio, la croce ansata del culto egizio: la transizione dall’una forma inconografica all’altra è addirittura presente in steli funerarie. Vi sono reperti archeologici risalenti al II secolo che raffigurano il monogramma di Cristo sulla barca solare di Ra, affiancata al simbolo ankh (Cairo, Museo Copto, stele n.7730).

I copti non hanno mai rinnegato persino nei nomi di battesimo la loro reale origine. Il discepolo di San Pacomio –fondatore del monachesimo- fu battezzato Horsaesi (= Horo, figlio di Isis).
Nel cimitero paleocristiano di Terenuthis, su una stele è raffigurato il defunto (cristiano) affiancato da Horo e Anubi.

A questo proposito ricordo che il San Cristoforo (santo mitico e immaginario, non già storico) quale è presente nell’iconografia tradizionale ortodossa e copta (e si badi non cattolica), è appunto rappresentato come un vescovo con la testa di cane! Cioè il san Cristoforo cinocefalo è palesemente il dio Anubi.
Ora, la cosa non è affatto casuale, infatti, il “cristo-foro” cioè il portatore del Cristòs, è per definizione lo psicopompo, colui che porta o conduce l’anima dell’iniziato, e questo era esattamente il ruolo di Anubi, cioè di condurre il miste attraverso il rituale iniziatico di morte e rinascita.

Ugualmente, sono state di recente pubblicate (2001) le foto di un’icona copta conservata al museo del Cairo raffigurante san Michele arcangelo recante in mano una bilancia e uno Djed egizio a tre livelli! Il modo in cui è raffigurato quello djed mostra anche un possibile anello di congiunzione per spiegare la vera origine della croce ortodossa a tre barre (per le foto rimando alle riviste in bibliografia). Viene peraltro da chiedersi se la stessa iconografia tradizionale di Michele con la bilancia non derivi da quella di Toth che reca la bilancia della pesatura delle anime di cui al Libro dei Morti.

La conservazione di queste iconografie- di rara e recente pubblicazione- è quasi una testimonianza archeologica circa le misteriose origini cristiane.

Il secondo elemento che, nella mia ipotesi, deve aver guidato la formazione del Cristianesimo è da ricercarsi nell’Orfismo (esso stesso peraltro analogo dalla simbologia orisiaca: Orfeo, ma anche Dioniso Zagreo, fu fatto a pezzi esattamente come Osiride: smembramento archetipico dell’Uomo Cosmico).
L’assimilazione dell’Orfismo si intravede nella catacombe, nell’arte, nel simbolismo dei primi cristiani (vedasi bibliografia).

Uovo cosmico e serpente nel simbolismo orfico
Uovo cosmico e serpente nel simbolismo orfico

Da ricordare che Orfeo fu una delle pochissime, forse l’unica, divinità pagana a non incappare nel feroce odio propagandistico dei Padri della Chiesa, che amavano esercitare le loro doti dialettiche nel dileggiare le divinità precedenti. Addirittura molti Padri indicarono invece in Orfeo una prefigurazione del Cristo che vince la morte, vedasi Eusebio (Laudes Constantini). Per non parlare di San Clemente che elabora un’esegesi del mito di Orfeo quale simbolo del Logos cristico.

Perché tanti accorgimenti per Orfeo? In realtà se l’origine e il “clima” del Cristianesimo è quello al quale siamo stati abituati e che viene usualmente insegnato, questa reverenza per Orfeo o questo trarre simboli dall’Orfismo risultano del tutto ingiustificati.

La derivazione del Cristianesimo o più correttamente del paolinismo dall’Orfismo è in realtà già piuttosto studiata. Basti citare i lavori del nostro Macchioro per avere delle significative conferme. Macchioro, che peraltro era di origini e di cultura ebraica, mostra chiaramente l’enorme discontinuità tra cristianesimo ed ebraismo (in ciò intendasi l’Antico Testamento) e la derivazione orfico-misterica della cristologia paolina. Questo ovviamente restringendo il campo anche al solo “cristianesimo canonico”.

Tuttavia l’ipotesi di una derivazione orfica risolve e spiega altre anomalie anche sul versante gnostico. Ad esempio, i Sethiani presentano una serie di scritti che dalla critica ufficiale vengono definite gnosi ebraica. Tuttavia Ippolito, nel Libro V dei sui Philophoumena, dedicato a questa setta, narra di un mito cosmogonico incentrato su “uovo cosmico” che fluttua sull’Oceano Primordiale, le cui acque sono agitate da un “vento” che è anche un serpente. Questo è il potere generatore che feconda l’uovo. Su questi due elementi che sono la natura naturans, per così dire, discende la Luce dall’alto, il principio spirituale caduto nelle acque della generazione. Ritroviamo così proprio il simbolo del Serpente Cosmico che circonda l’Uovo Primordiale che fu simbolo dell’Orfismo. Vediamo dunque che il simbolismo orfico viene reinterpretato secondo la dottrina gnostica. Del resto è lo stesso Ippolito, in un passo seguente, a dire che l’origine di questa setta risiedeva nei Misteri Orfici ed Eleusini.

Orfeo crocifisso. Reperto archeologico collezione Gerhard
Orfeo crocifisso. Reperto archeologico collezione Gerhard

Supponiamo allora che quei testi della “gnosi ebraica” fossero usati da gruppi che si rifacevano all’Orfismo. Bene, che dei gruppi ebraici coltivassero queste conoscenze non è affatto peregrino visto che già Filone, nell’antichità, e altri autori moderni come il Larson, hanno rilevato l’origine pitagorica degli Esseni (e dei Terapeuti), come dicemmo nella prima parte di questo scritto, e ben sappiamo della connessione fra Orfismo e Pitagorismo. Si noterà poi quanto anomala fosse questa confraternita cenobitica degli Esseni nel mondo ebraico, che mai conobbe fenomeni di questo tipo. Ancora di nuovo si troverà un probabile precedente dell’organizzazione degli Esseni guardando non all’ebraismo, che non conobbe fenomeni religiosi “monastici” ma ai thiasoi dei misteri classici e ancor meglio all’organizzazione settaria dei pitagorici che conducevano vita comune.

Ora, se assumiamo che il Cristianesimo possa essersi originato da questi ambienti esoterici ebraici dediti a qualche forma di Orfismo, troviamo anche la spiegazione del perché gli Ofiti fossero già presenti nel primo Cristianesimo e si confondessero con esso. Problema sollevato nella seconda parte di questo mio lavoro, che, come vediamo, trova qui ora una spiegazione.

Persino la dottrina delle reincarnazioni, ammessa da alcuni Padri della Chiesa, potrebbe trovare la sua giustificazione in quanto detto, in effetti essendo la metempsicosi uno dei pensieri cardine dell’Orfismo.
E’ vero, d’altra parte, che l’idea della reincarnazione non è del tutto estranea alla religione ebraica (seppure non sia articolo di fede obbligatorio), pertanto questa osservazione potrebbe non essere dirimente, a meno che non si voglia estendere l’influsso orfico-pitagorico a settori dell’ebraismo, cosa peraltro più che plausibile nel caso degli Esseni.

Ad ogni modo, san Clemente (Stromata 4,160) parla delle vite “che si succedono fra loro fino a condurci alla immortalità” e trova che questa dottrina sia stata rivelata direttamente per via mistica (lett. “tradizione divina”) a San Paolo, e precedentemente afferma che questa è “trasmessa dalla tradizione e autorizzata da San Paolo” con riferimento a Gal 6,7.

Quando dice “trasmessa dalla tradizione” ci testimonia che esisteva fattualmente una tradizione cristiana reincarnazionista almeno fino a quel periodo (150-215). Ad ogni modo, stando a questa traccia offerta da Clemente, risulterebbe di nuovo un altro collegamento fra dottrine orfiche (metempsicosi), lettere di Paolo e cristianesimo.

Ora si vorrà però voler cercare un anello di congiunzione fra queste differenti religioni (cristianesimo originario e orfismo), ben oltre le semplici ipotesi erudite, e qualcuno obietterà che appunto non vi siano elementi oggettivi di questo tipo. La cosa però sorprendente è che, invece, prove addirittura archeologiche in grado di fare da anello di congiunzione ve ne sono…

Si tratta della cosiddetta “gemma di Berlino”, facente parte della collezione Gerhard, ritrovata a fine Ottocento, oggetto assolutamente unico, una gemma raffigurante un crocifisso sormontato da un crescente lunare e da sette stelle con la iscrizione “Orpheos Bakchikos”, probabilmente risalente al secondo secolo. L’autenticità dell’oggetto è chiaramente dimostrata dalle solide argomentazioni di A. Mastrocinque.

La particolarità di questa gemma è che essa è in controtendenza all’opera di “assimilazione” cultuale, che vide i cristiani appropriarsi di immagini divine preesistenti attribuendo ad esse sovrastrutture o nomi cristiani. Qui, all’inverso, siamo invece in presenza di un oggetto cristiano e non pagano (un pagano, come osserva Mastrocinque, non avrebbe mai rappresentato come crocifisso il proprio dio, sarebbe stata una blasfemia, cfr. il link in Bibliografia). In questo manufatto il Crocifisso è riconosciuto espressamente quale Orfeo Bacchico. Di conseguenza, l’autore cristiano riconosceva in Gesù crocifisso un rappresentante del culto orfico, o più correttamente una manifestazione di Orfeo. E questo dato archeologico è particolarmente  significativo, perché testimonia veramente come vi potesse essere davvero più di quello che noi oggi percepiamo nel Cristianesimo attuale.

Le tracce sepolte dalla terra o dalle sabbie del Nilo svelano anch’esse delle tappe intermedie di un culto sincretico che collegava i Misteri antichi e il Cristianesimo nascente, a cui alcuni Padri e successivamente i Concili di Nicea e Calcedonia, si sforzarono invece di dare una veste dottrinale e di culto che via via si allontanava sempre di più dalla natura misterica delle origini.

A questo proposito va notato che la stessa costruzione mitica della vicenda del Gesù storico rispecchia il clichè delle religioni misteriche, con un Sotèr divino che sconfigge la morte. Questo tema è tipico di quelle religioni appartenenti alla tradizione atlantico occidentale (di cui in Evola e Guénon), le cui epifanie sono Osiride, Adone (Tammuz), Dioniso Zagreo e …lo stesso Gesù mitizzato dei racconti evangelici. Caratteristiche di queste divinità mediterranee è quella di seguire il ciclo di nascita e morte del ciclo dell’anno (con la resurrezione che coincide con l’equinozio di primavera).

Tale è l’importanza del ciclo dell’anno, in questa Ur-religion astronomico-solare del mediterraneo e dell’Asia minore, che alcuni sprovveduti positivisti come il Frazer vi hanno visto un culto della fertilità, misconoscendone la portata autenticamente spirituale. Altra caratteristica è un rituale di pasto sacro a base di pane e vino (tipico del “sacerdozio di Melkisedeq”) con una quasi totale concordanza di temi: il pane è fatto con la spiga di grano di Cibele, la vite di Cristo è la stessa che compare nel tirso dei misteri di Dioniso. E già le due divinità della Spiga e della Vite (Cibele e Dioniso) furono associati nel mito. Per contestualizzare, ricordiamo che l’altro grande filone tradizionale, quello nordico-iperboreo, è in vece centrato su un simbolismo assiale verticale che ha il suo cardine nei solstizi, più che negli equinozi.

Si tratta cioè di religioni non “solari” ma stellari (o “polari” come diceva Guénon). Le divinità ariane di questo culto non muoiono e non rinascono: non decadono mai, ma sono trionfanti dall’inizio alla fine, e il prototipo di queste divinità è l’indo-iranico Mithra, il quale fu però, esso stesso associato, in epoca tarda a Helios. In Egitto furono presenti entrambe le tradizioni, quella iperborea e quella atlantidea, viventi nei due culti: quella stellare antica di Ra e quello terrestre-solare di Osiride.

Tornando a quello che investe l’origine del Cristianesimo, cioè il filone atlantico mediterraneo basato sul ciclo “orizzontale” dei solstizi, è ben evidente che il mito del Cristo dei vangeli segue lo stesso schema tipologico, e il fenomenologo delle religioni non può che prenderne atto.

Ora, però, la caduta di livello del Cristianesimo corrente sta proprio nel fraintendimento di questi significati, come un culto che avesse perso, insieme alla bussola, il significato autentico dei propri simboli. Dal punto di vista esoterico non è tanto la resurrezione mitica che si nega quanto la sua applicazione ingenua nella storia orizzontale, laddove essa è invece un simbolo della rinascita iniziatica. Non che essa non sia reale, e non possa altresì investire la stessa compagine fisica…ma allora conviene parlare della realizzazione di un corpo di luce, come fu il caso di Apollonio di Tiana. 

Del resto l’inutilità di una resurrezione del corpo carnale è perfettamente chiara nello stesso san Paolo (Cor I 15,50) , il quale peraltro era del tutto convinto della necessità della Resurrezione. Eppure quello di cui parla Paolo è la creazione di un Corpo di Gloria. Ora, l’errore del cristianesimo fu di estendere nella sua dottrina tale possibilità – che rientra nel dominio iniziatico  e solo al termine di un processo di trasfigurazione interna che può durare perfino più esistenze – facendone un dato di fatto simultaneamente e incondizionatamente esteso a tutta l’umanità, mercè la semplice connessione con il dio Sotèr.

Nelle religioni misteriche questo avveniva sì, grazie a quella connessione, ma il dio era simbolo del processo che il miste doveva attuare in sé, e solo al termine di questo incerto processo si poteva intravedere una ri-nascita a nuova Vita, una re-surrectio, per quanti ne fossero effettivamente in grado.  Nella creazione della religione exoterica fu invece assunto che questo atto non lo compivano gli iniziati, di volta in volta, ma veniva compiuto una sola volta nella storia, da un unico essere umano-divino e in virtù di quell’atto erano tutti automaticamente iniziati, trasfigurati e risorti. Ma questa è pura illusione!

Ancora più perniciosa fu l’assunzione assolutamente fuorviante e falsa che ogni uomo possiede ab origine un’anima immortale. L’anima dell’uomo ordinario è condizionata e destinata a decadere un certo tempo dopo la morte fisica. Solo l’iniziato che ha percorso sino in fondo l’opera di rigenerazione, almeno dei Piccoli Misteri, possiede un Io immortale, secondo un punto di vista tradizionale, al fuori di spiritualismi consolatori.

Sicché si vede che il Cristianesimo attuale fu solo un travisamento, una perdita di contenuto rispetto al fondamento originario (per questo suscitò le legittime ripulse dei filosofi platonici e degli iniziati antichi). Data questa caduta di potenziale, il Cristianesimo risulta in sostanza simbolo dal significato perduto, incomprensibile a chi lo ha ereditato – La Chiesa. Tecnicamente, il Cristianesimo è superstizione, senza alcun intento denigratorio, ma davvero esso è tale: super-stitio, la rimanenza popolare di un sistema spirituale antico e ormai decomposto, di cui restano parti non più organicamente collegate e pertanto non più funzionale.

Le giustificazione addotte da tradizionalisti cripto-cattolici come Guénon, che cercò di giustificare il tutto come la necessità di creare per le masse un sistema exoterico (ammesso e non concesso che l’exoterismo abbia davvero una qualche utilità) e di salvare il salvabile delle antiche sapienze, è una pura sciocchezza. Perché se una parte della religione pubblica del “paganesimo” (espressione inesatta che dobbiamo appunto ai polemisti cristiani) fu effettivamente in stato di decadenza, non così può dirsi del politeismo “colto” che nell’evo tardoantico conobbe il suo periodo di massimo splendore. Basta questa considerazione storica a confutare la pretesa di Guénon. Per il resto valga osservare l’amplissima diffusione che le iniziazioni misteriche ebbero presso gli strati financo popolari, diffusione davvero quasi di massa (si pensi al mithraismo e ai misteri di Iside nella Roma imperiale) per far decadere anche la fantasiosa ipotesi di masse di diseredati esclusi dalle forme spirituali precedenti il Cristianesimo.

Questo, se non tutto, è già molto di quello che si potrebbe dire.

Un’ultima nota: si potrebbe obiettare che non vi sono “anelli di congiunzione”, archeologicamente parlando, a dimostrare la prima linea, e più importante, confluita nel Cristianesimo: quella “egizia”. Posso anticipare che tuttavia prove di siffatta natura vi sono (sebbene non ancora rese pubbliche) e sarebbero della stessa natura di quelle da me sopra indicate sull’arte cristiano-copta, tuttavia di maggiore entità, più organica e sistematica. Non posso essere più preciso, non potendo qui svelare certi futuri sviluppi dell’archeologia e, non potendo qui dare per il momento dimostrazioni concrete, mi fermo -  in caso contrario scadrei nell’illazione. Mi limito a dire che si dovrebbe guardare di nuovo al Monte Athos per eventuali scoperte archeologiche “sconvolgenti”:  il monte sacro degli ortodossi conserva ancora molti segreti.

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