mercoledì 19 dicembre 2012

Il Christo-Serpente - Parte 1

Da un articolo di Musashi su "Centro Studi La Runa".

Mi adopererò ora in un’esegesi dell’origine del Cristianesimo che tenga conto, per quanto possibile, della visione della “storia dell’esoterismo”, adottando quindi un punto di vista sintetico senza, spero, perdere il rigore analitico delle precedenti pubblicazioni. In ogni caso, pur tenendo presente interessanti lavori di storici delle religioni, il punto di vista sarà essenzialmente quello esoterico e pertanto si porrà su un piano a cui difficilmente può giungere il semplice ricercatore profano, a cui manca la visione unitario-sintetica.

E’ davvero sorprendente il livello di informazioni rivelatrici che possiamo reperire già dai soli vangeli canonici –sebbene siano fonti già “di parte”- se solo li leggiamo senza traduzioni addomesticate, nella lingua originaria e possibilmente sapendo già cosa cercare.

Analizziamo il fondamento stesso del rito cristiano: l’Eucarestia.

Ora, il pane eucaristico nel testo greco dei vangeli è detto pastikòs cioè pane impastato e lievitato e non azymòs come si direbbe se fosse pane non lievitato. In greco si tratta di due nomi distinti che indicano due distinte specialità alimentari. E’ già sufficiente questo per farci capire che Gesù in privato -e a volte con un certo coraggio anche in pubblico- non seguiva la tradizione biblica.

Infatti il pane del pesach, la pasqua ebraica, è detto matzah e deve essere rigorosamente azzimo.

In questo la Chiesa cattolica si è nettamente riebraicizzata rispetta a quella greco-ortodossa che usa pane non azzimo.

Proseguiamo. Gesù si discosta a tal punto dalla tradizione biblica che intinge il pane eucaristico in qualche genere di intingolo o condimento. Come lo sappiamo? Lo dice lui stesso nell’ultima Cena parlando del traditore: “uno dei dodici, che intinge il pane nel piatto con me mi tradirà” (Marco 14, 20). Ora secondo la tradizione biblica sarebbe una grave blasfemia quella di intingere nel piatto il pane del pesach e condirlo in qualsiasi modo: è una violazione di una delle 613 Mitzvot ebraiche.

Gesù non stava dunque celebrando la pasqua ebraica – se non esteriormente, per non destare sospetti- e non osservava la Legge.

Quale rituale dunque stava celebrando?

Di tutte le comunità più prossime, nel tempo e nello spazio, possono venire in mente solo i Terapeuti d’Egitto del lago di Mareotide, di cui ci dà ragguaglio Filone. Egli riferisce di un pasto sacro che essi celebravano ogni settimo giorno e a base di pane, che poteva essere intinto in essenza di issopo e sale come unico condimento autorizzato (l’issopo è naturalmente associato alla purezza). Inoltre vi era una ricorrenza sacra speciale ogni cinquanta giorni da cui forse il rito della Pentecoste (De vita contemplativa, 75-86).

Le usanze di questo gruppo erano talmente simili a quelle dei primi cristiani che Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica li classifica come primi monaci cristiani, tanto più che essi seguivano, in parte, delle liturgie ebraiche come lo Shema Yzrael e lo Yozer Or.

I Terapeuti però preesistevano al cristianesimo ed erano, dice Filone, un ramo contemplativo degli Esseni, coi quali condividevano l’essere un gruppo di ebrei pitagorici. Filone riferisce non solo le loro regole etiche di derivazione pitagorea, ma anche la loro dottrina numerologica, di cui ci dà conto circa il simbolismo del 7 e del 50, che egli dimostra partendo dalla dottrina di Pitagora (Legum allegoriae, I, 46). Anche la preghiera del mattino, lo Yotzer Or, stranamente ben si addice alla contemplazione dell’alba di pitagorica memoria. Per il resto, da quello che dice Filone, l’incidenza della religione ebraica era più legata a fattori esteriori di “appartenenza”, essendo queste confraternite e la loro fondazione del tutto estranee all’usuale tradizione ebraica. Pertanto essi seguivano un dottrinario esoterico di derivazione pitagorica, ed una forma esteriore che si adattava, pur con molte distinzioni, alla tradizione ebraica ma anche ai divieti ascetici dei Pitagorici (essi aborrivano i sacrifici animali di cui il giudeo si dilettava per compiacere il suo dio). Se Gesù era vicino agli Esseni doveva necessariamente essere a parte di queste usanze e, forse, seguirle.

Si tratta certo di ipotesi, legittime, ma solo ipotesi.


Tuttavia, più in generale, rileviamo che il rito del pane e del vino -altro elemento non menzionato finora- non trova riscontro nella tradizione mosaica ed ebraica. Esso invece si trova in un curioso passaggio del Genesi (14,18) ove si parla di Melkisedeq. Questo misterioso sacerdote che già era in Salem quando vi giunse Abramo, vi celebra il rito del pane e del vino, e lo benedice. Tuttavia questa figura è quasi un apax nell’Antico Testamento (ricorre solo un’altra volta, nominato in un salmo).

Melkisedeq è un re sacerdote che non ha nulla a che fare con il sacerdozio ebraico, il quale deriva da Aronne, mentre il sacerdozio del Cristo sarebbe originato da Melkisedeq. Questa misteriosa figura non appartiene alla genealogia dei patriarchi, e l’Antico Testamento non ci dice la sua provenienza. Sappiamo solo che non fa parte dei patriarchi del popolo ebraico e che era già lì (in Salem) quando vi giunse Abramo: questo mito indica quindi una indipendenza e una pre-esistenza rispetto alla tradizione ebraica e abramitica. Molto significativamente anche Cristo, sacerdote di Melkisedeq, dice: “prima che Abramo fosse, Io sono” (Gv 8, 58).

Egli rappresenta, possiamo ritenere, una linea di iniziazione più antica della tradizione giudaica, e comunque autonoma rispetto ad essa e che –dato l’uso rituale del pasto sacro di pane e di vino- si connette con la Tradizione Mediterranea, cioè con quel ramo della Tradizione che viene chiamato atlantico-occidentale, rispetto a quello nordico-iperboreo. Sebbene la tradizione ebraica, per il tramite dell’Egitto, abbia avuto dei punti di tangenza con questa Tradizione, soprattutto per ciò che riguarda le sue tradizioni mistiche- tuttavia la religione exoterica vetero-testamentaria è estranea a questa linea sacrale. Il rito del pane e del vino era invece proprio di altre civiltà (alcune delle quali anche semitiche) dell’area mediterranea di cui sopravvisse soprattutto nella forma misterica.

Questa religione primordiale “mediterranea” che coinvolgeva civiltà della Grecia pre-aria, del Medio Oriente e anche della Mesopotamia, senza dimenticare l’Egitto, era spesso incentrata sull’equinozio primaverile quale cardine sacro dell’anno e prevedeva il sacrificio congiunto del pane (Demetra) e del vino (Dioniso). Il pane e il vino, lungi dall’aver solo un significato agricolo-materiale sono invece una forma dell’espressione della forza cosmica nei suoi poli maschile e femminile e sottendono un sacro mistero, che qui si può solo accennare. Sono ovviamente in relazione anche con il Bianco ed il Rosso dell’Opera alchemica.

Cloni di questo mito primordiale “mediterraneo” sono la coppia sincretica Dioniso/Demetra o quella babilonese Ishtar/Tammuz, quella Attis/Cibele della Frigia, i cui riti prevedevano non di rado sacrifici di pane e di vino.

Questa vena religiosa dette origine ai culti misterici eleusini, samotraci, frigi e orfici. Essi sono sopravvissuti sino in epoca ellenistica, diffondendosi di nuovo nel Medio Oriente che li aveva prodotti, in quella meravigliosa epoca di sincretismo che furono i secoli I a.C./ II d.C.

Proprio la dottrina orfico-pitagorica, diffusa anche nel mondo ebraico-ellenistico, poté seriamente influenzare quei circoli esoterici citati da Filone. Non è dunque senza precisa connessione col tema di questo articolo che ho rievocato sopra l’ascendenza pitagorica degli Esseni.

Il veicolo di questa diffusione fu di sicuro l’ellenismo.

Un’ulteriore fonte di collegamento può essere stato il regno di Samaria, il quale fu centro di matrimoni misti fra ebrei e popoli ritenuti “gentili” -inizialmente assiri- e di conseguenza di un certo sincretismo religioso, assai mal visto dall’ortodossia ebraica.

Questo processo fu accentuato dalla tendenza, come ricorda Culianu, per cui le religioni misteriche tendono a perdere, durante il periodo ellenistico, l’estensione di tipo tribale, nazionale o regionalistica che ebbero al loro fiorire, per assumere una porta universalistica, spesso favorita dalle campagne militari greche, dato l’alta diffusione di queste religioni esoteriche negli ambienti militari.

Nota caratteristica delle religioni misteriche, spesso rimarchevolmente distanti dai meri culti pubblici o “civili” del paganesimo antico, era che esse miravano ad elevare il miste alla condivisione del destino escatologico della divinità, alla propria immortalizzazione.

Esse erano incentrate su una concezione fortemente soteriologica, con preminenza dell’archetipo di un Sotèr divino da incorporare nel miste e che per certi versi rappresentante l’anima stessa del miste, il suo potenziale di divinificazione individuale, in un certo senso il “non io, ma il Cristo in me” di cui dice San Paolo.

La spiga di grano e la vite ad Eleusi – come il pane e il vino di Melkisedeq

Ora è stato proprio un teologo cristiano, Bultmann, a far notare come la forma mitico-simbolica del kerygma cristiano è derivata dalle religioni misteriche il cui elemento veicolante all’interno del cristianesimo fu l’opera di Paolo di Tarso; essa svincolò la figura di Gesù dal modello messianico presentato dal profetismo giudaico (che attendeva una sorta di “re consacrato” ma ristretto al loro nazionalismo religioso, il cui fine era riunire le dodici Tribù disperse e cacciare gli oppressori del popolo ebraico) facendogli assumere invece il carattere del dio-Salvatore dei misteri classici e di molte correnti gnostiche.

Aggiungo personalmente una riflessione: che Gesù il Christo, per le sue caratteristiche storiche non potesse corrispondere al Messia ebraico è facilmente desunto dal fatto che il mashiach per l’ebraismo significa “unto” e questa caratteristica era propria di re e profeti. L’ebraismo attendeva la venuta del prossimo messia (uno dei tanti della sua storia) anche se via via alcune correnti mistiche tesero a connotarlo come una specie di restauratore dello stato edenico (la nostra età dell’oro), tale per esempio si connota nelle profezie di Isaia. Tuttavia rimane l’idea, nelle scritture dell’Antico Testamento, che fosse il soccorritore di Israele.

Vi erano molti diversi Messia nell’ebraismo antico; nella tradizione talmudica, si parla di un Messia della tribù di Efrem e uno della tribù di Giuda (discendente di David). Addirittura nello Zohar si sostiene che nasce un potenziale messia in ogni generazione. Inoltre nell’Antico Testamento non si asserisce mai che il Messia possa definirsi un dio-salvatore, né un Dio incarnato, con le caratteristiche cioè del Christo, quale si manifesta nel Cristianesimo.

Anche l’espressione di “figlio dell’Uomo”, nell’AT, si riferisce unicamente ad un essere umano e infatti si traduce generalmente come “uomo”, come in Ezechiele, o indica l’umanità in generale come nei Salmi.

Non c’è un solo passo dell’Antico Testamento che possa far asserire la natura divina del Messia. Questo, nell’AT, è esclusivamente un re consacrato, comunque un essere umano, seppur inviato da Dio; non ha dunque i tratti del Sotèr sovrannaturale.

Del resto non è da stupirsi se Gesù non fu riconosciuto quale messia dagli ebrei del suo tempo.

Nel mio articolo Simon mago era in realtà l’apostolo Paolo? ho evidenziato come una cospicua fetta della Chiesa cristiana orientale del II secolo non riconosceva che Gesù Cristo fosse il Messia annunciato dall’Antico Testamento.

Si consideri poi che, non solo la sua predicazione (anche quella “pubblica”) aveva solamente elementi esteriori di ebraismo, ma anche la sua condizione non fu quella di restauratore della nazione ebraica – non fu mai consacrato re della nazione, né pretese di esserlo: quando il procuratore romano gli chiese se fosse il re dei Giudei, rispose “sei tu che lo dici” – come a dire “è un titolo a cui non tengo e che non rivendico”.

Probabile che qualcuno, lui vivente, lo identificasse col Messia, ma mai Gesù, in nessun passo evangelico, dice esplicitamente di esserlo.

Vi sono invece dei passaggi del “narratore” che in maniera insinuante vuole accostare un qualche miracolo o un qualche segno a dei tratti delle profezie dell’AT. Riguardo ciò, ho già evidenziato nel suddetto articolo, come e perché, secondo l’esegesi di Marcione, sarebbero stati introdotti dei passi nel Nuovo Testamento, per saldare la figura di Gesù con le profezie ebraiche, per soddisfare le aspettative della corrente ebionita (giudeo-cristiana).

Si tratta comunque di un falso storico poiché le scritture ebraiche “canoniche” non sono quelle di una religione universalistica.

Così l’idea dei primi cristiani, di un salvatore divino dalla portata cosmico- planetaria, ha il suo ascendente più prossimo non nel messianismo ebraico, ma semmai nelle profezie zoroastriane dello Shaoshyant o Mithra-Shoshyant.

E di nuovo non può essere un caso se dalla Persia vennero dei Re astrologi ad onorarne la nascita!


Re Magi. Da notare il berretto frigio delle iniziazioni mithriache e pantaloni di foggia persiana.

Come inciso ricorderei che questi “salvatori divini” (gli shaoshyant zoroastriani) sono l’equivalente degli avatar hindu. Questo conferma l’interpretazione esoterica secondo cui Gesù fu un avatar divino, e spiega l’origine della distinzione gnostica fra un Gesù uomo, l’avatar, il veicolo carnale e temporaneo, e l’Influenza Spirituale discesa su di lui: il Logos-Cristo che in lui si incarnava temporaneamente. La concezione tradizionale del concetto di avatar elimina alla radice le inutili dispute cristologiche su un dogma confuso; confuso perche è la cristallizzazione di una idea tradizionale mal compresa: quella di avatar. Se ci si rifà alle dottrine tradizionali, in particolare all’induismo, che su queste concezioni è di una chiarezza disarmante, si rivelano per prive di senso tutte le dispute cristologiche dei primi secoli.

Con queste premesse andiamo ad esaminare un punto cruciale: Gesù fu condannato come eretico e blasfemo dalle autorità ebraiche. Questo fatto è essenziale: egli non rispettava le norme essenziali di condotta dell’ebraismo, come lo shabat e infrangeva sistematicamente molte regole di purezza. La dottrina che predicava (mi riferisco a quella pubblica, nota attraverso i canonici) non si appoggia se non in minima parte alle scritture del Vecchio Testamento e non cerca di trarre autorevolezza da esso.

Ho evidenziato più sopra che egli non seguisse dei rituali ebraici. Esteriormente si dava l’impressione di celebrare la pasqua ebraica, ma in privato il rito si svolgeva con altre caratteristiche (anche la lavanda dei piedi sarebbe impensabile nel contesto delle leggi di purezza ebraiche).

Io ritengo che Gesù fosse un iniziato ad uno, o forse più d’uno, dei culti misterici orientali dell’era ellenistica, probabilmente accolto all’interno di una delle sette in margine al mondo ebraico. Già abbiamo detto dell’influsso dei misteri pitagorici su Terapeuti ed Esseni e sul modo con cui elementi di entrambe le tradizioni si erano fusi. Il sincretismo nelle sette mistiche di quei secoli era frequente, in Palestina come altrove, e il mondo ebraico, pur ostile ad ogni influsso ellenistico (vedi Maccabei), non sfuggì a questo orientamento.

Ad esempio l’apocalittica giudaica del periodo I a.C. – I d.C. testimonia questa fase rivoluzionaria. Nasce ad esempio un ciclo di apocrifi dell’Antico Testamento come i Libri di Enoch in cui “gli angeli turbolenti” anticipano gli Arconti della Gnosi. In questo gnosticismo di area ebraica nasce la svalutazione del dio dell’Antico Testamento, ormai visto come una potenza minore della creazione e un nemico del genere umano, esempio perfetto: l’Apocalisse di Adamo. La provenienza di questa letteratura è tutt’ora misteriosa e fonte di discussione. Ma questo è l’ambiente che permise il fiorire di un sapere gnostico in Palestina, con un orientamento diametralmente opposto all’ebraismo ortodosso e in cui l’influsso dei misteri orientali del periodo ellenistico è una affascinante storia ancora da esplorare.

Se è difficile ricostruire le vie attraverso cui si diffusero e si fusero queste linee sapienziali di multiforme provenienza, è però più chiaro il punto di arrivo. Gesù doveva far parte di sicuro della setta dei Nazorei (vicina al movimento esseno). Rileviamo come, nei vangeli, vengano nominati tutti i gruppi religiosi ebraici attivi allora in Galilea: sadducei, farisei, zeloti ecc.. non vengono invece mai nominati gli Esseni. Come mai? Forse perche gli apostoli erano loro stessi degli esseni. Quanto alla setta dei Nazareni (altro nome dei Nazorei) essa non solo viene non menzionata nei vangeli canonici, ma addirittura il suo nome viene contraffatto in un toponimo abbastanza controverso, poiché la denominazione Nazareth non ricorre mai nell’AT e, al di fuori dei vangeli, non è attestato se non secoli dopo Cristo. Se vogliamo ammettere comunque che la città di Nazareth esistesse ed avesse quel nome all’epoca di Gesù, rimane un fatto ben strano di natura lessicale: Gesù è detto nazarènos.

Se la parola derivasse dal toponimo di Nazareth dovrebbe essere, in greco, nazarethànos.

Anche così i conti non tornano, e si ha l’impressione che qualcuno abbia voluto “nascondere” la filiazione nazorea.

La setta dei Nazorei è quella che ha poi dato origine ai Mandei, i quali ancor oggi si definiscono, nel loro aramaico modificato, Nasurai. Questa setta gnostica e battesimale abbandonò rapidamente la Palestina a causa delle persecuzioni a cui fu sottoposta da parte dell’ortodossia ebraica, persecuzione che avrebbe avuto origine già negli anni 30 del I secolo (secondo l’ipotesi di Schoenfield), e questo trova riscontro nella sorte che toccò sia a Gesù sia a Giovanni Battista, altro profeta nazoreo (stando alla tradizione mandea).
 
Viceversa, il vangelo dei Nazorei, mostra di appartenere ad ambiente ebionita giudeo-cristiano, senza alcun fondo gnostico, ma questo può essere un fatto assai poco indicativo, dato l’uso di attribuire pseudoepigraficamente questi titoli ai vangeli, a volte senza particolare fondamento.

Comunque va ricordato che stando alle fonti (Epifanio di Salamina, Panarion, 1, 18) i Nazorei seguivano, almeno su certi punti, le usanze e la tradizione ebraica.

L’ostilità e le accuse di blasfemia da parte dell’ortodossia ebraica, la natura gnostica del loro insegnamento (sopravvissuta seppur alterata nella Gnosi mandea), la probabile derivazione da un influsso ellenistico (orfico-pitagorico ma anche egizio, come vedremo più avanti) sono tutti indizi che confermerebbero il fatto che Gesù fosse il maestro di una corrente gnostica che, con un certo sincretismo, veicolava un’iniziazione misterica in un corpo dottrinario esteriore di tipo “ebraico” o che si servisse del linguaggio ebraico per ragioni di “contesto”, ma senza un particolare legame di fondo. L’ebraismo poteva cioè essere una struttura exoterica esteriore, quella del paese di appartenenza, la cui conservazione fosse solo contingente e di facciata.

I Nazorei (concepiti come gli antenati dei Mandei) sono il gruppo che meglio si presterebbe a rispondere a queste caratteristiche.

In ogni caso la pur labile, se non simulata, appartenenza alla religione ebraica, non fu sufficiente a mascherare la natura eretica di questo culto misterico-gnostico, che portò alla condanna per empietà i suoi capi.

I Nazorei antichi sono il gruppo religioso su cui sappiamo di meno, anzi di cui è stata praticamente cancellata ogni traccia, specie negli scritti di autori cristiani dei primi secoli (se si fa eccezione di Epifanio, che però aveva notizie assai superficiali e insoddisfacenti).

A mio avviso si tratta di una omissione tutt’altro che casuale.

Del resto già Guénon circa il cristianesimo dei secoli II e III notò come “tutto ciò che l’aveva preceduto sia stato volontariamente avvolto dall’oscurità” (L’esoterismo cristiano, cap. 2)


 

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