giovedì 22 settembre 2016

L'Autunno dell'Anima

Per alcuni l’autunno, con il suo meraviglioso foliage (fogliame), è una stagione che apporta un mood emotivo pregno di tristezza, nostalgia, malinconia. Per altri è invece la magia più alta che la natura possa esprimere nella sua circolarità. Anche nell’autunno c’è una gioia sommessa. Presto cercheremo di descriverla.
 
Autunno Psicologia
 
E’ ben noto in psicologia, soprattutto nella clinica, come il mutare del tempo e delle stagioni influisca a livello psicofisiologico su ognuno di noi, a diversi livelli.
 
Ciò è dovuto a una diversa serie di fattori metereologici che sono percepiti – volenti o nolenti – dalla nostra unità corpo-psiche, quali – primo tra tutti – la variazione temporale della luce diurna, che a sua volta ha effetti a livello neurotrasmettitoriale (e ormonale) su tutto il nostro corpo-psiche. Esistono anche diversi disturbi dell’umore legati al cambio delle stagioni, la stessa depressione ha una sua peculiare modalità nel cambio stagionale.
 
Affianco a – e nonostante – tutte queste evidenze scientifiche si pone un’altra realtà tanto umana quanto anch’essa scientifica, ovvero che molte persone – incluso il sottoscritto – provano stati di immensa serenità, a volte gioia, appagamento, rilassamento, rigenerazione quando l’autunno bussa alle porte di un’estate ormai finita: è come una vera e propria ri-nascita per molti.
 
E’ come se una certa primavera (che in genere rappresenta una rinascita) possa nascere anche in autunno. E’ proprio vero ciò che scrisse Nietzsche:
 
L’autunno non è una stagione,
ma uno stato d’animo

Per quanto sia questo un sentimento e una visione del tutto soggettiva, possiamo rintracciare però un parallelo analogo anche sul piano oggettivo e fenomenologico che stesso la Natura ci fornisce, e che rintracciamo in quel bellissimo e multivariegato foliage che l’autunno apporta. Quei tappeti di foglie autunnali di variazione di colore quasi infinita, quei tappeti di foglie tanto famosi in quelle peculiari regioni dell’America quali – prime tra tutte – il Vermont, i boschi del Maine così beatamente descritti dal naturalista H.D.Thoreau, il New England, Colorado, North Carolina.

Luoghi, questi, che potremmo dire hanno in sè una spiccata Anima Autunnale, un genius loci amante dell’autunno, che era molto ben colto da poeti e scrittori americani quali Emerson, Walt Whitman e il già citato Thoreau.
 
Autunno Psicologia 1
 
Si è sempre visto il foliage autunnale e l’autunno in sè – per quanto meraviglioso – come una metafora della morte e del decadimento in accezione del tutto negativa. Ma quanti poeti e scrittori hanno intravisto in questi tappeti di foglie autunnali qualcosa che è altro, o anche qualcosa che proprio in seguito alla stessa morte, al decadimento organico, è di per sè invece carico di spazio vuoto che accoglie una nuova vita che verrà, qualcosa che sta preparando una nascita, sommessamente, nell’invisibile, negli intermezzi di quei fruscii delle foglie che si salutano, cadendo…
 
L’autunno prepara in un certo senso quei germogli che la primaverà donerà. E’ quest’ultimo un pensiero che spesso sottolinea lo psichiatra junghiano Raffaele Morelli anche in ambito psicoterapico, trasportando questa metafora all’interno delle trame di vita individuali, laddove sono presenti vissuti pregni di disagi. E’ così anche nella vita psichica di un individuo accade la stessa cosa. Noi siamo inverni, siamo primavere, siamo estati, siamo autunni.
 
Siamo stagioni psichiche che ritornano, sempre, intermittenti. Nell’autunno noi spesso viviamo una dimensione psichica che è vicina alla nostalgia, alla malinconia, ad un sentimento di caducità dell’esistenza. E’ una metafora dell’esistenza psichica: molto di noi, dentro di noi, deve morire e decadere, preparasi ad una morte per lasciar spazio ai germogli che verranno in quella primavera che è archetipicamente promessa, inevitabile, imminente…
 
Imparare a vivere l’autunno come stagione esterna e interna, con tutte le sue malinconie, con tutta la sua nostalgia, depressione, introversione, solitudine, ma anche con tutti i suoi colori, i suoi odori naturali, le sue piogge. Quella sincronistica relazione tra cosmo e psiche è ben rappresentata proprio dal succedersi naturale delle stagioni, e anche l’Anima vive di stagioni.
 
Le cose più essenziali e durature crescono nel buio, nel silenzio, nell’invisibile. L’autunno prepara quella primavera che verrà.
 
Ma cosa ha a che fare un fenomeno naturale, come quello dell’autunno, di una stagione, con il mondo della psiche umana? Innanzitutto dobbiamo sempre tenere in mente che psiche è mondo, e mondo è psiche. Come disse Jung – e come sottolinea fortemente Hillman – noi tutti siamo realmente immersi nella psiche, più che averne una nostra è lei che ha noi, contenendoci.
 
Autunno Psicologia 2
 
Vi è dunque un autunno psichico, un autunno interiore. Vi è sempre un rapporto di sincronicità tra mondo e psiche individuale. Così come la vegetazione, gli alberi con le loro foglie, vivono un processo di maturazione durante l’autunno, così in noi qualcosa vive lo stesso processo, con lo stesso ritmo. Lo intuì già il poeta e filosofo Thoreau in Tinte Autunnali, quando scrisse:
 
Gli olmi…le loro foglie sono perfettamente mature. Mi chiedo se c’è qualche maturazione corrispondente nella vita degli uomini che vivono sotto di essi.
Così come nell’autunno inteso come stagione, analogamente anche nell’autunno interiore di ognuno di noi, possiamo notare che – sommessamente – qualcosa sembra che muoia, qualcosa sembra stia per andare via, qualcosa sembra stia per cadere, cade, proprio come le foglie si staccano dal proprio albero, così da noi cadono parti e frutti maturi che ormai non hanno più motivo di persistere nella loro forma, cade ciò che ha raggiunto la sua massima maturazione e che quindi deve mutare, morire, trasformarsi. E’ qui presente un antico mitologema che ci vive.
Ma questa caduta e questo morire è un cedere posto -a.
In questa caduta non vi è soltanto morte e fine.
 
L’autunno interiore è una trasformazione silenziosa e sommessa.
 
Thoreau Tinte Autunnali
 
E’ da qui che quasi sicuramente, io credo, nasce la gioia e quella dimensione di positività dell’autunno, una dimensione che sembra attraversare e farsi sentire maggiormente da alcuni individui con una certa tipologia psicologica[2] orientata all’introversione.
 
Vi è una certa magia inconfutabile in questa stagione, testimoniata da quei meravigliosi tappeti di foglie autunnali. Albert Camus colse bene questo aspetto altro dell’autunno e delle sue foglie, quando scrisse che:
L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.
E’ questo vedere in ogni foglia un fiore che ci da testimonianza che, in fondo, qualcosa mentre muore sta anche preparando una rinascita, e quale miglior simbolo di quel qualcosa che ha da venire, se non quello del fiore? Quel fiore mistico dell’anima…
 
Noi dovremmo percepire profondamente che lo spirito dell’autunno porta in se la magia della morte che fa spazio al nuovo, soprattutto in termini psicologici. Dovremmo armonizzarci – come facevano gli antichi – a questi ritmi stagionali e conviverci parallelamente in termini psicologici, di stati interiori, quegli stati interiori tipici dell’autunno che abbiamo succitato, che molto spesso allontaniamo e rifiutiamo esclamando stupidi clichè come “Oh no! L’estate è finita”, “Il caldo se ne andrà ora arriva l’autunno!”, “Oh che noia e immobilità l’autunno”.
 
La psiche ha bisogno dei doni di questa stagione, quali l’introversione, la lentezza del tempo, un certo silenzio nell’aria, una certo focus alla caducità e all’impermanenza dell’inessenziale.
 
Riguardo poi le foglie autunnali (autumun leaves), in toni molto particolari, ce ne parla lo scrittore naturalista Thoreau, che – ricordiamolo – oltre ad essere un appassionato e profondo conoscitore della botanica, era un grande amante di quella ampia e vasta natura americana, dei suoi paesaggi (landscape), dei suoi boschi del Maine. Così ne parla nel suo Tinte Autunnali:
 
«E’ piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci. (…)
Esse ci insegnano come morire. Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità. (…)
Quando le foglie cadono, tutta la terra è un cimitero piacevole in cui passeggiare. Amo vagare e meditare su di esse nelle loro tombe. Qui non ci sono epitaffi mendaci o vani. Che importa se non possiedi un posto al Mount Auburn? Il tuo posto è sicuramente gettato da qualche parte in questo vasto cimitero, che è stato consacrato nei tempi antichi. Non hai bisogno di partecipare all’asta per assicurarti un posto. C’è abbastanza spazio qui…»

 
Thoreau aveva visto in quelle foglie dei veri e propri insegnanti naturali di vita, soprattutto quando scrive che esse ci insegnano a morire. E’ proprio ciò che finora abbiamo scritto sulla dimensione psichica dell’autunno, quel morire in termini psicologici, che come la clinica e la dinamica dell’inconscio ci insegna, è necessario e assolutamente vitale per far spazio e rinnovarsi, per far emergere il mondo sorgivo interiore che si prepara ad esistere, nostre nuove dimensioni vitali.

Per nascere veramente, occorre rinascere ci ricordava Aldo Carotenuto[3], e questa rinascita sembra – paradossalmente – incominciare già nell’autunno.
 
Queste stagioni di mezzo, autunno e primavera, che stanno per così dire tra inverno ed estate, sembrano essere – per l’occhio comune – nient’altro che stagioni preparatorie, ritualistiche, preludi fugaci all’inverno e all’estate che verranno, e per quanto nella nostra cultura contemporanea la dimensione del passaggio a qualcos’altro sia sempre meno vissuta, percepita, intuita, amata, dobbiamo invece realizzare che proprio in queste due stagioni – autunno e primavera – si cela forse – e timidamente – la vita tutta quanta.
 
Come un albero d’autunno cosi è l’uomo quando entra nell’autunno della sua vita: seppure a volte il freddo che la stagione comincia a portare sia inevitabile, a volte persistente, l’albero continua a vivere della sua linfa e con le sue radici, producendo foglie di una tinta meravigliosamente variegata, tinte che solo in quel periodo possono vedersi. Thoreau ricorda come sia davvero strano e curioso che proprio l’ultimo momento di vita della foglia che si stacca dall’albero, proprio questo momento di forte caducità, doni alla foglia matura il suo colore più bello che in natura si possa ammirare. Così anche l’uomo, quando entra nel suo autunno interiore, viene investito da un freddo sempre più crescente, e una strana solitudine lo obbliga a volgere l’occhio dentro.
 
autunno
 
Nonostante il freddo, quell’uomo, come l’albero fa con le sue foglie, produrrà sul suo volto i segni di un tumulto epico interiore – ma sommesso -, che proprio come le foglie d’autunno, avranno una loro storia e un loro futuro, segni che avranno una caratteristica del tutto particolare.
 
Cosi come l’albero in autunno anche alcuni uomini, nel loro autunno interiore, possono rilucere con una più peculiare intensità, con dei colori che presagiscono una rinascita imminente. L’autunno prepara quei frutti che verranno. Ognuno deve vivere il proprio autunno seppure gli sembrerà di un freddo e di una solitudine sempre crescente.
 
Ma come gli alberi toccano con i loro rami e le loro foglie quelli degli altri alberi, cosi noi, nel nostro autunno psichico, potremmo toccare e sfiorare l’autunno in un altro. L’autunno può essere anche romantico, vi si può accendere un piccolo fuoco dal quale proviene un pò di calore
 
autumn autunno
 
Bibliografia generale:
◾Henry David Thoreau. Tinte autunnali
◾Henry David Thoreau. Camminare
◾Henry David Thoreau.  La vita nei boschi
◾Henry David Thoreau. I boshci del Maine
◾G. Jung. Tipi Psicologici
◾G. Jung. Simboli della trasformazione
◾Aldo Carotenuto. Eros e Pathos
◾Walt Whitman. Foglie d’erba
 

giovedì 31 marzo 2016

Alla Fine del Viaggio

Cinque anni fa iniziai questo percorso di ricerca e di studio di ciò che abbiamo sempre definito come “Mosaico della Verità”, totalmente ignaro di dove mi avrebbe portato, delle incredibili scoperte che avrei compiuto, delle attività che avrei realizzato, ma soprattutto delle straordinarie persone che avrei incontrato nel corso del cammino, preziosi collaboratori, alcuni dei quali diventati dei veri amici e altre persone ancora le quali ho riconosciuto come vere e proprie presenze karmiche che sono e che saranno eternamente presenti nel tempo.

A ciascuno di essi sono e sarò grato in eterno per gli insegnamenti ricevuti e per le lezioni fornite.

Ma purtroppo arriva sempre un momento nella vita di ciascuno di noi in cui ci si deve fermare a fare i conti con se stesso e, come anche il mito di Inanna ci insegna, forse un po’ morire per poter ritornare alla luce e continuare a vivere, a fronte di un nuovo ‘solve et coagula’ tra i tanti che la vita ci pone davanti.

D’altronde in ultima analisi non è forse questo il grande insegnamento che le tradizioni e i miti di ogni tempo ci vogliono fornire attraverso la codifica del simbolismo dell’immutabile eterno ciclo di vita-morte-rinascita risultante dalla semplice osservazione dei cicli stagionali della natura?

Ed è per questo che oggi mi vedo portato a “uccidere” metaforicamente il Progetto Atlanticus e tutti i suoi collegati, ritirandomi da ogni tipo di attività pubblica, nel tentativo di ritornare ad essere quel Player B che un giorno qualcuno mi disse io fossi e del quale da tempo sento di non avere, o di avere perso, le qualità e le caratteristiche che lo contraddistinguono e che abbiamo imparato insieme a riconoscere.

Voglio porgere le mie scuse verso le persone coinvolte nei progetti attualmente in essere ai quali, per i motivi sopra esposti, non potrò più dedicare la necessaria attenzione e che pertanto risultano interrotti fin da subito.

Il mio ultimo saluto vuole essere una esortazione a non smettere mai di pensare, sempre con senso critico e capacità di discernimento, di continuare il percorso e di affrontare con vigore le sfide che la vita ci pone davanti e che noi stessi ci siamo posti prima di venire al mondo. 

Soprattutto di non rinunciare mai a confidare di poter cambiare il mondo combattendo le forze arcontiche nonostante sia questa una battaglia che sappiamo di non poter vincere sul piano fenomenico, ma che, nonostante ciò, vale la pena combattere fino alla fine, poiché è attraverso di essa che perfezioniamo la conoscenza della nostra reale natura trascendente, “… nei secoli dei secoli fino a completa guarigione…” il che, credo, sia la cosa più importante essendo l’utopia del ‘risveglio’ collettivo, del ritorno all’età dell’oro edenitica, la sommatoria di singoli ‘risvegli’ individuali e di ritorni a un ‘eden’ già dentro di noi e che attende solo di essere riscoperto.

Buon viaggio… e buon solve et coagula a tutti…


Post Scriptum

Il blog rimarrà aperto al fine di lasciare la possibilità a chiunque di poter continuare ad attingere a quanto prodotto nel corso di questi anni di attività, ma non verrà più aggiornato. Lo stesso vale per gli altri canali collegati al Progetto inclusi i profili  facebook, i gruppi e i vari thread aperti sui forum.

sabato 26 marzo 2016

Il Destino delle Anime Compagne

... È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende sempre qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s’incontrano e i loro sguardi si incrociano, tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza. Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose, sotto il sole, sono state scritte dalla stessa Mano, la Mano che risveglia l’Amore e che ha creato un’anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i proprio tesori sotto il sole. Perché se tutto ciò non esistesse non avrebbero più alcun senso i sogni dell’umanità... - Paulo Coelho, “L’Alchimista”
 
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Quando si parla di Anime Gemelle, ci si riferisce a quella particolare interconnessione che lega due o più anime con un unico destino: quello di incontrarsi, vita dopo vita, ed evolvere insieme lungo il cammino dell’evoluzione spirituale.
 
Le Anime Gemelle si stimolano e si aiutano nel percorso di crescita spirituale, spesso una viene in soccorso dell’altra, proprio perché in primo luogo, esse hanno un destino da raggiungere, sulla base delle vite passate già vissute. Viviamo nell’Era della consapevolezza cosmica e ogni cosa che accade, ha una sua ragione di essere, nulla appartiene al caso; pertanto, anche i nostri ricongiungimenti, i nostri incontri, appartengono ad un programma cosmico ben definito.

La domanda che molti si pongono è: “Perché esistono le Anime Gemelle?”. Sicuramente le Anime Gemelle non sono un’invenzione di chissà chi, ma sono effettivamente una realtà che riguarda l’Essere, inteso come essere spirituale naturalmente.
 
Possiamo definire la nostra anima come “incompleta”, “non evoluta”, e quindi ci si trova su questo pianeta, vita dopo vita, con determinate caratteristiche che devono essere completate dall’Anima Gemella, affinché possiamo manifestarci nella nostra integrità e far sì che si compia il Destino. Un incontro tra Anime Gemelle è quel momento in cui un individuo prende coscienza che gli manca qualcosa, e che quel qualcosa è un tassello importante, fondamentale nella propria esistenza, perché gli ricorda qualcosa che è celato agli occhi della mente e che risiede nel cuore.
 
A differenza dei luoghi comuni, non è così scontato che si arriverà a sposare, o comunque a vivere insieme all’Anima Gemella più strettamente connessa a noi. Nel titolo ho usato volontariamente il plurale, Anime Gemelle, proprio perché molto probabilmente ce ne può essere riservata più di una, perché le famiglie d’anime procedono insieme.
 
Quindi, può essere del tutto naturale sposare o vivere con una persona che non è la nostra Anima Gemella, ma è comunque un’anima che nello specifico ha qualcosa da insegnarci, oppure siano noi che abbiamo qualcosa da insegnare a quell’anima. Tradotto significa che possiamo incontrare una delle nostre Anime Gemelle quando, sia noi, che lei, ci siamo già sposati e abbiamo creato una famiglia nella vostra vita attuale.
 
Questo succede perché la relazione tra Anime Gemelle perdura per molte vite, ma soltanto a livello spirituale, mentre noi possiamo vivere fisicamente con un’altra anima in accordo karmico. Così come non è escluso che il nostro legame animico più forte sia con l’anima di un nostro genitore, di un nostro figlio o fratello. Ma può anche darsi che la nostra Anima Gemella non si sia incarnata durante questa nostra esistenza e ci protegge dall’aldilà, come un Angelo Custode.
 
Oppure, come nei desideri di molte persone, la nostra Anima Gemella si identifica con il nostro Partner, con quella persona che emana verso di noi un bisogno di stare insieme che sfugge alle ordinarie ragioni di attrattiva e supera ogni considerazione umana, trasformandosi in una sensazione di completezza e di appagamento senza ragione. Ognuna di queste “opzioni” non è un caso o una causa, bensì è il destino delle Anime Gemelle che sono sempre destinate, in un modo o nell’altro, ad incontrarsi, anche solo per un attimo.
 
A volte basta un incontro di pochi minuti, per cambiare per sempre la nostra vita. E chi può avere questa forza dirompente su di noi, se non un’Anima Gemella?
 
Stare con la propria Anima Gemella è come sentirsi a casa, è un rapporto speciale, nel quale non si deve recitare, fingere o apparire, perché l’affinità che ci lega è immediata, profonda e “antica”, come se si conoscesse da sempre. Probabilmente non è una persona con gli stessi nostri interessi o opinioni, per il semplice fatto che l’attrazione che si crea è molto più profonda e misteriosa e non riguarda gli strati superficiali della personalità, in quanto viene dalla nostra stessa famiglia di anime.
 
Anime Gemelle o Anime Compagne?
«Ognuno di noi sceglie la propria vita e ne è dunque l’unico artefice. Perdonare significa amare chi è entrato nella nostra vita, qualunque sia stato il suo ruolo» - Roberta Sava
 
Molti di noi sono in cerca dell’Anima Gemella, ma sappiamo davvero di cosa si tratta?
 
Da dove viene il senso di riconoscimento che talvolta ci capita di provare nei confronti di un’altra persona, e che ci porta a investire moltissime aspettative nel rapporto con lei?
 
Esiste davvero qualcuno in grado di capirci al volo, quasi telepaticamente, e con cui possiamo vivere senza tensioni, abbandonando qualunque sentimento negativo?
 
Le famiglie di anime nascono da quella che esotericamente viene definita un’anima-radice, o Super-anima. Un’anima-radice emanata dal Creatore (o Dio, o come preferite chiamarlo) in tempi remoti e generatrice, nel tempo, di molte anime-compagne, e appunto, Anime Gemelle. Pertanto, sono anime che sono state create nello stesso istante e condividono l’identica essenza. È si spiega il perché i sentimenti reciproci tra Anime Gemelle sono in assoluto i più intensi che un’anima possa provare per un’altra anima.
 
Le famiglie d’anime non sono altro che il macrocosmo, in un piano spirituale, della nostra famiglia tradizionale vista da un piano materiale, microcosmo. Per questo viene difficile spiegare cosa “provano” due o più Anime Gemelle, è un’intimità animica immediata, spontanea e inesprimibile con i parametri relazionali consueti.
 
Sento spesso dire da molte persone: “Perché non incontro la mia Anima Gemella?”, la risposta è alquanto semplice: l’Anima Gemella non va cercata, non è nelle nostre facoltà. Questi incontri sono materia del destino, bisogna semplicemente avere fede ed essere pronti, perché si verificheranno di certo. Successivamente, dopo l’incontro, sarà il libero arbitrio a decidere, il destino ci mette davanti un dono come l’Anima Gemella, ma noi dovremo essere in grado di riuscire ad ascoltare il nostro Cuore.
 
Tanto più siamo Risvegliati, tanto più è probabile che la decisione (qualsiasi essa sia) si basi sull’Amore. E quando entrambi i partner sono Risvegliati, allora, per loro, l’estasi sarà a portata di mano.
 
Il mio consiglio è sempre lo stesso, vivete il momento presente, vivete al meglio ciò che avete di fronte adesso. Che sia la vostra famiglia, la vostra storia attuale, ciò che vi è vicino, vivetelo! Non restate sempre con la speranza rivolta al futuro, che un giorno arriverà qualcosa di migliore. Iniziate ad apprezzare quello che avete ora, entrate in contatto con la bellezza attuale della vostra vita, scendete in profondità, perché la bellezza la si trova anche in un rapporto burrascoso e pieno di difficoltà, in una famiglia pieni di problemi.
 
Perchè potreste avere la vostra Anima Gemella sotto i vostri occhi, ogni giorno, e non accorgervene.
 
Uscite dagli stereotipi delle pubblicità, delle famiglie perfette del mulino bianco o della findus, la vita reale è ben altra cosa. L’Amore è un fenomeno molto vivo, non è farsa e non è simulazione. Fidatevi delle vostre intuizioni, delle vostre sensazioni e ascoltate il vostro cuore, sempre, perché lui ci parla al di là di ogni dubbio.
 
Abbiate fede nelle piccole cose, e l’Universo vi donerà tutto se stesso, perché solo chi sceglie lo stato del Cuore e dell’Amore, sa leggere le sincronicità che l’Universo mette nel sentiero del destino.
 

venerdì 25 marzo 2016

Citazioni di Osho sull'ego

L’ego inizia a crescere così come il bambino cresce
 
"L’ego non esiste in nessuna parte del mondo eccetto che tra gli esseri umani, ed inizia a svilupparsi non appena il bambino cresce.
 
I genitori, la scuola, il collegio, l’università, tutti gli danno una  mano nel rinforzare l’ego per il semplice motivo che nei secoli l’uomo ha dovuto lottare per la sopravvivenza e la sola idea è diventata una fissazione, un profondo condizionamento inconscio: solo ego forti possono sopravvivere nella battaglia della vita.
 
La vita stessa è diventata una lotta per la sola sopravvivenza.
 
Gli scienziati hanno fatto diventare questa idea ancora più convincente con la teoria della sopravvivenza dei più forti, e noi tutti aiutiamo i bambini a crescere e diventare sempre più forti nell’ego. I problemi nascono proprio da questo.
 
Appena l’ego diventa più forte inizia a circondare l’intelligenza con un fitto strato d’oscurità. L’intelligenza è luce, l’ego invece il buio. L’intelligenza è molto delicata, l’ego molto rigido. L’intelligenza è come una rosa, l’ego come una pietra. I cosiddetti sapienti affermano che, se vuoi sopravvivere, devi diventare come una pietra, potente, invulnerabile. Devi diventare come un fortino che non può essere attaccato dall’esterno. Impenetrabile.
 
Per questo diventi chiuso, la tua intelligenza inizia a morire perché ha bisogno di un cielo aperto, di vento, d’aria, del sole per crescere, espandersi, fluire. Per rimanere in vita ha bisogno di un fluire costante e, se diventa stagnante, poco a poco si trasforma in un fenomeno letale."
 
 
La felicità è la morte dell'ego
 
"La felicità è minacciosa e la miseria ti salva, è una salvezza per l’ego. L’ego può esistere solo nella miseria e attraverso la scontentezza, è un’isola circondata dall’inferno. La felicità è una minaccia per l’ego, per la sua esistenza reale. La felicità sorge come il sole, l’ego scompare ed evapora come la rugiada sulle foglie d’erba.
 
La felicità è la morte dell’ego. Se vuoi restare un’entità separata dall’esistenza, come quasi tutti cercano di fare, diventerai pieno di paura dello stato di beatitudine e di allegria, ti sentirai in colpa d’essere benedetto, ti sentirai suicida in quanto stai commettendo un suicidio al livello psicologico, al livello del tuo ego.
 
Succede di solito che le persone si rallegrano per pochi momenti e poi si sentono in colpa. La colpa nasce a causa dell’ego, l’ego inizia a torturarli, “Che cosa stai facendo? Hai deciso d’uccidermi? Io sono il tuo unico tesoro. Vuoi uccidermi? Sarai distrutto, uccidendomi, ti distruggerai."
 
 
Cerca di capire l'ego
 
"Cerca di capire l’ego: analizzalo, sezionalo, osservalo, guardalo da tutti gli angoli possibili. Non avere fretta di sacrificarlo, altrimenti nascerà il più grande egoista: la persona che pensa di essere umile, la persona che pensa di non avere ego.

Questa è la stessa storia ma a livello ancora più sottile. Questo è quello che hanno fatto i religiosi, per secoli sono stati degli egoisti, ma pii. Hanno fatto sì che il loro ego sia ancora più decorato, prendendo il colore della religione e della santità. Il tuo ego è migliore dell’ego di un santo: migliore, davvero migliore – il tuo ego è molto grossolano, e quindi può essere compreso e abbandonato, più facilmente di un ego sottile. L’ego sottile va avanti giocando così tanti giochi che diventa difficile da trattare, e si ha bisogno di assoluta consapevolezza per guardarlo."
 
 
La miseria nutre il tuo ego
 
"La miseria ha molte cose da darti che la felicità non ti può dare. Al contrario, la felicità ti porta via molte cose, infatti, la felicità ti toglie qualsiasi cosa hai avuto o sei stato: la felicità ti distrugge.
 
La miseria nutre il tuo ego e la felicità di base è uno stato senza ego: questo è il problema, la croce. Per questo motivo la gente trova difficile essere felice, e per questo, milioni di persone al mondo devono vivere in miseria, decidono di vivere miseramente: questo stato ti aiuta a cristallizzare l’ego. Non sei felice se sei miserabile: nella miseria, avviene la cristallizzazione.
 
Nella felicità la diffusione.
Una volta che hai compreso, le cose diventano molto chiare. La miseria ti rende speciale, mentre la felicità è un fenomeno universale: non c’è niente di speciale nell’essere felici."
 
 
L'amore non può convivere con l'ego
 
"Amore ed ego non possono convivere, conoscenza ed ego invece stanno insieme perfettamente, e bene. L’amore e l’ego non possono per nessun motivo, non convivono assolutamente. Sono come il buio e la luce: se c’è luce, il buio non può esserci, l’oscurità esiste solo quando non c’è la luce. Se non c’è l’amore, l’ego può essere presente; se c’è amore l’ego non può esserci, e viceversa, se si abbandona l’ego, l’amore sopraggiunge da tutte le parti, semplicemente inizia a versarsi dentro di te da ogni direzione."
 
 
L’ego nutre i tuoi desideri di essere qualcun altro
 
"Da dove l’ego attinge la sua energia? L’ego nutre i tuoi desideri d’essere qualcun altro. Sei povero e vuoi essere ricco – l’ego assorbe energia, il respiro della vita. Sei un ignorante e vuoi diventare saggio – l’ego assorbe energia. Sei un povero sconosciuto e vuoi diventare un potente – l’ego assorbe energia.
 
Cerca di comprendere il processo dell’ego. Come vive? L’ego vive nella tensione tra quello che sei e quello che vorresti essere. A vuole diventare B – l’ego viene creato da questa tensione. Come muore?
 
Quando ti accetti cosi come sei. Quando ti dici, Sto bene, per come sono, e dovunque sono, va bene. Resterò per come l’esistenza vuole che io sia. I suoi desideri sono i miei.
 
Abbandonando tutte le tensioni sul futuro – che dovresti diventare questo o quello – l’ego, evapora. Cerca di capire che l’ego vive nel passato e nel futuro, la pretesa dell’ego viene dal passato, “ho fatto questo, ho fatto quello” – è tutto nel passato.
 
E l’ego ti dice, “Realizzerò tutto questo completamente, ti mostrerò finalmente che sono in grado di realizzare tutto ciò.” Tutto ciò è però nel futuro. L’ego semplicemente non esiste nel presente. L’ego scompare se resti nel presente, il presente è la morte dell’ego, restare nel presente è la morte dell’ego."
 
 
L'ego appare con le frizioni
 
"L’ego esiste attraverso frizioni: se hai un ideale, diventi egoista. L’idealista è un egoista, quando hai ideali più grandi diventi un grande egoista. Maggiore l’ideale, più grande l’ego, maggiore è la frizione.
 
L’ego è creato dalle frizioni che esistono tra il reale e l’ideale. Adesso forse hai l’ideale di essere senza ego, ma non ha importanza. Forse ti stai dicendo, “Ma ho l’ideale d’essere senza ego! – non ha importanza, l’ideale porta con sé l’ego. L’ideale attuale di essere senza ego porterà con sé un ego più grande, l’egoista reale è chi pensa d’essere umile, chi pretende di essere senza ego.
 
Chi è senza ego è la persona che non ha ideali. Lascia che questo sia il criterio, e ti sei imbattuto su un qualcosa di fondamentale. L’uomo senza ego è senza ideali. Allora come può essere creato l’ego? – si perde l’energia reale. L’energia viene dalla frizione, dal conflitto, dall’accanimento, dal volere.
Accettando la tua vita – fai colazione, vai a dormire, cammini e fai il bagno – come puoi creare un ego da queste cose?
 
Dormendo quando sei stanco e mangiando quando hai fame, come puoi creare un ego? No, se digiuni, puoi creare l’ego. Se rimani sveglio tutta la notte dicendoti, no, non vado a dormire, puoi creare l’ego. Al mattino, la persona che ha dormito bene non ne avrà alcuno, mentre tu avrai un ego più grande."
 
 
L’ego non vuole essere integro
 
"Non t’insegno ad essere bravo, ne cattivo; ti sto insegnando ad essere integro. L’essere integro è un essere sano, ed essere sano, è essere sacro.
 
Ma l’ego non vuole essere intero, quando sei totale l’ego non esiste, l’ego esiste solo se sei diviso.
 
L’ego esiste, quando lotti con te stesso e sempre quando ci sono conflitti, essi sono il suo cibo, il suo nutrimento. L’ego non esiste quando sei totale, puoi vederlo da solo. Puoi vedere i criminali – hanno il loro ego, puoi guardare i santi, hanno il loro ego: l’ego del buono e del cattivo. Ma, se trovi un uomo senza ego, non sarà né un peccatore né un santo, sarà molto semplice, e non rivendicherà nessuna cosa come buona o cattiva, non rivendicherà nulla.
 
 L’ego è creato dalla spaccatura, entra dentro di te, quando lotti; quando invece non lotti, non può entrare. L’ego è tensione, se vuoi che ci sia l’ego dividiti più che puoi – diventa due. Questo succede a molti, a tutta l’umanità. Tutti sono diventati due persone, uno dice “Fallo!” e l’altro invece “Non farlo!” e così l’ego diventa più grande, cresce con la frizione, ed è molto intossicante, ti rende inconsapevole. Il meccanismo è tutto lì."
 
 
Non puoi abbandonare l’ego
 
"Io sono" non è altro che un altro nome dell’ego. Adesso entrerai nei guai. Se l’ego è convinto che la sola strada è quella di abbandonarlo, chi sarà in grado di abbondare chi? E come? Sarebbe come tirarti su con i lacci delle tue scarpe. Saresti uno stupido, osserva tutte le parole che adoperi."Io sono" non è altro che l’ego.
 
 L’altra cosa: nessuno mai è stato capace di abbandonare l’ego in quanto l'ego, non è una realtà che puoi abbandonare. Qualsiasi cosa vuoi abbandonare deve essere almeno reale, consistente. L’ego è solamente una nozione, un’idea, non puoi abbandonarlo, puoi solo comprenderlo. Potrai mai abbandonare la tua ombra? Puoi correre più veloce che puoi, ma la tua ombra correrà alla stessa velocità, esattamente con la stessa velocità.
 
 Non puoi abbandonare l’ego, una volta che hai iniziato a provare ad abbandonare l’ego entrerai in una grande e profonda confusione: diventerai sempre più preoccupato e perplesso, e non è questa la maniera di liberarsi dall’ego, l’unico modo è invece quello di osservarlo."
 
 
La natura è sempre bella, l'ego sempre brutto
 
"Ogni volta che fai qualcosa guarda, sii attento. Se ti porta alla miseria, sai bene che è questione di ego, quindi la prossima volta stai attento, non ascoltare quella voce. Se è naturale, ti porterà ad uno stato di benedizione della mente: la natura è sempre bella, l’ego sempre brutto. Non ci sono altre strade, se non per tentativi.
 
Non posso fornirti un criterio quindi puoi giudicare ogni cosa; la vita è sottile e complicata, tutti i criteri cadono velocemente. Dovrai fare uno sforzo per giudicare, ogni volta che fai qualcosa, ascolta la tua voce interiore, notala, e guarda dove ti porta. Se ti porta verso la miseria, certamente proviene dal tuo ego.
 
Se il tuo amore ti porta alla miseria, proviene dall’ego, se invece ti conduce ad uno stato di beata, benedetta bellezza, viene dalla natura stessa. Se la tua amicizia, persino la meditazione, ti accompagnano verso la miseria, provengono dall’ego, mentre se, invece, sono originati dalla natura, al loro interno può esistere tutto, e tutto diventa armonioso. La natura è bella, magnifica, ma devi lavorarci sopra.
 
Nota sempre che cosa stai facendo e dove ti porta. Poco alla volta, diventerai consapevole di ciò che è originato dall’ego e di quello che invece viene dalla natura; cosa è reale e cosa è falso. Prenderà tempo, consapevolezza, osservazione. Non ingannarti, solo l’ego porta alla miseria, nessun altra cosa.
 
Non gettare la responsabilità sugli altri, l’altro è irrilevante. Il tuo ego ti porta alla miseria, nessun altro ti ci porta, l’ego è la porta che si apre sull’inferno. Il naturale, l’autentico, il reale che scaturisce dal tuo centro, è la porta del paradiso. Devi trovarla e lavorarci sopra."
 
 
Prima di perdere il tuo ego, devi arrivare ad averlo

Sento come se sviluppando l’attitudine verso la resistenza alle difficoltà, avessi rinunciato a molte parti della mia vita. Questo sembra come un peso che mi spinge contro tutti gli sforzi di diventare più vivo durante la meditazione. Forse è il segnale di aver soppresso il mio ego, e che lo devo trovare di nuovo prima di perderlo completamente?
 
Questo è uno dei maggiori problemi, sembra proprio paradossale, ma è vero – prima di poterlo perdere devi arrivare ad averlo: solamente un frutto maturo cade al suolo. Questa è maturità. Un ego non maturo non può essere buttato o distrutto. Se ti perdi lottando con un ego ancora acerbo, da distruggere e dissolvere, tutto lo sforzo sarà un fallimento. Invece di distruggerlo, lo troverai più forte, in modi nuovi e sottili.
 
Questo è da comprendere, l’ego deve arrivare ad un picco, deve essere forte, deve giungere ad una completezza, ad un’integrità – solamente allora potrai dissolverlo. Un ego fragile non può essere dissolto, e questo è un problema.
 
In oriente tutte le religioni predicano l'assenza dell'ego, quindi in oriente tutti sono contrari all’ego, sin dall’inizio, e a causa di questa attitudine contro l’ego esso non diventa mai forte, non arriva mai ad un punto d’integrazione da cui possa essere abbandonato, non diventa mai maturo: in oriente è molto difficile dissolvere l’ego, direi quasi impossibile.
 
In occidente invece tutta la tradizione occidentale della religione e della psicologia, insegna, prega, persuade le persone ad avere un ego forte, in quanto finché non hai un ego forte, come puoi sopravvivere? La vita è un combattimento, e se sei senza ego sarai distrutto. Chi resisterà allora? Chi combatterà? Chi competerà? La vita è una competizione continua. La psicologia occidentale suggerisce: attieniti all’ego, sii forte con lui, ma in occidente è molto facile dissolvere l’ego. Un ricercatore occidentale ogni volta che arriva a comprendere che l’ego è un problema, facilmente può dissolverlo, più facilmente di un ricercatore orientale. Questo è il paradosso – in occidente si parla di ego, ma in oriente si parla di essere senza ego, in occidente è facile dissolverlo, ma in oriente è molto difficile.

Questa sarà una gran prova per te: prima, arrivare a possederlo, e poi saperlo perdere, perché puoi farlo solamente con qualcosa che possiedi. Non avendolo ancora ne raggiunto ne posseduto, come potrai perderlo?"
 
 
Con l’ego l’amore è impossible
 
"Nel momento in cui sei nella rabbia, nella passione, violento e aggressivo, ti senti come se dentro di te ci fosse un ego cristallizzato, e ogni volta che sei in amore, in compassione, tutto questo non esiste.
L’amore è impossibile per questo motivo, e non possiamo amare a causa dell’ego. Ecco perché parliamo così tanto dell’amore e non siamo mai in amore.
 
Qualsiasi cosa noi chiamiamo amore è più o meno sesso, non amore; non puoi perdere l’ego, e l’amore non esiste fino a quando l’ego è scomparso. Amore, meditazione, devozione, tutte queste cose ne richiedono una sola: che l’ego non sia presente.Ecco perché Gesù è corretto nell’affermare che Dio è amore, in quanto entrambi i fenomeni accadono, ma quando non c’è ego."
 
 
La società ha bisogno di te, del tuo ego
 
"Il bambino nasce con il proprio sé, non con l’ego, ma sviluppa l’ego: diventando sempre più sociale e in relazione con gli altri, l’ego si sviluppa. Questo succede solamente nello spazio periferico in cui sei in relazione con gli altri, proprio al confine del tuo essere, quindi l’ego è la periferia del tuo essere mentre il sé ne è il centro. Il bambino nasce con il sé, ma non ne è consapevole. È il sé, ma non è consapevole di esserlo.
 
La prima volta che il bambino sente la consapevolezza, questo avviene quando avverte il suo ego.
 
Diventa consapevole del suo “Io”, non del Se. In realtà diventa consapevole del “Tu”. Per prima cosa diventa consapevole di sua madre, e poi, in riflesso, di se stesso. Inizialmente è consapevole degli oggetti che ha intorno a sé, poi poco alla volta inizia a sentirsi separato. Questo percepire la separazione gli conferisce l’ego e nel diventare consapevole dell'ego, l'ego diventa l'involucro del Se
 
L’ego inizia a crescere e svilupparsi. La società ha bisogno di te come ego, non come un sé. Il sé per la società è poco rivelante, la periferia invece è ricca di significati. Da lì sorgono molti problemi.
 
L’ego può essere insegnato ed essere reso docile, forzato all’obbedienza. Può essere messo in ordine, ma non è lo stesso con il Sé. Il Sé non può essere insegnato, né forzato. Il Sé è intrinsecamente ribelle, individuale. Non può diventare parte della società."
 
 
Sei Unico
 
"Tutti, persino un topolino, hanno il loro ego. Tutti, persino un uomo religioso, hanno l’ego, anche se stai dichiarando, “Sono solo polvere sotto i tuoi piedi,“ stai accumulando ego.

 L’ego e la personalità devono essere abbandonati e solo dopo puoi trovare dove si origina l’individualità... un senso d’unicità. Esatto, sei unico. Tutti gli altri anche sono proprio unici. In questo mondo esistono solo persone uniche quindi il paragone è proprio stupido, tu, da solo, sei solo te stesso. Non c’è nessuno come te, quindi perchè ti paragoni?"
 
 
Ego è sfruttamento
 
"Ci sono solo due stati di consapevolezza – lo stato dell’ego e lo stato dell’amore. L’ego è uno stato meschino, sotto forma di seme , è uno stadio atomico; l’amore contiene tutto, l’amore è Dio. Il centro dell’ego è l’io. L’ego esiste per se stesso. Il nettare dell’amore è l’universo. L’amore pulsa per il tutto.
L’ego è sfruttamento, l’amore un servizio. Ed il servizio che fluisce dall’amore, liberamente e spontaneamente, è non – violenza."
 

giovedì 24 marzo 2016

Un Tuffo nell'Invisibile - L’errore e i limiti odierni nel considerare l’invisibile come inesistente

Domenica 10 Aprile, Progetto Atlanticus, presenterà a Pella, in provincia di Novara, presso il magico contesto della sede della associazione Arianrhod, la conferenza dal titolo:

UN TUFFO NELL’INVISIBILE - L’errore e i limiti odierni nel considerare l’invisibile come inesistente

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L’errore di considerare l’invisibile come inesistente, principio figlio di un certo tipo di “scientismo” e di un “razionalismo” radicale ha sancito nettamente la separazione tra scienza e misticismo impedendo nella sostanza lo studio, l’approfondimento e la conoscenza di una parte considerevole di mondo senza la quale si perde la possibilità di comprendere la nostra stessa natura.

Oggi siamo ancorati al piano fisico a causa della nostra limitata capacità di interfacciarci con ciò che la cosmologia del Progetto Atlanticus definisce “Piano Metafisico” popolato da entità trascese che le religioni hanno definito demoni e angeli.

A differenza di come invece veniva concepito nell’esoterismo secolare e, ancora prima forse, nelle società preistoriche antidiluviane dove vi era una maggiore connessione e armonia con le forze della natura. 

Quell’armonia andata persa con la discesa biblica della ‘corruzione’ nel cuore dell’Uomo che costò ad esso già una volta il Diluvio e alla quale diventa ineluttabile ricollegarsi.

http://www.arianrhod.it/

mercoledì 23 marzo 2016

Il Cuore della Conoscenza Ancestrale

Seguendo il suggerimento di un amico, caro e competente, ho letto i due  splendidi libri di Lady Gregory sulla mitologia dei Celti, e, così di primo acchito e senza troppo pensare due considerazioni iniziali mi vengono in mente.
 
La prima di queste considerazioni è che, leggendo le storie e le avventure di Cuchulain di Muirthiemne e la storia dei Tuatha de Danaan, in una certa misura continuiamo a rileggere l’eterna storia di Gilgamesh, dal momento che tutta l’epica celtica che conosciamo, o almeno che io conosco, si basa sulla ricerca dell’immortalità, intesa come raggiungimento della perfezione, e sul cammino irto di ostacoli, che tutti, uomini e dei, devono affrontare per raggiungerla.
 
Naturalmente esistono differenze tra la mitologia celtica e quelle dei paesi mediterranei o dell’Asia Minore, ma, dal momento che si tratta sempre e comunque di popolazioni indoeuropee, è possibile trovare una solida base comune in tutti i loro miti, a prescindere dalle numerosissime differenze e particolari che le distinguono una dall’altra e che si riferiscono a popolazioni con usi e costumi diversi.
 
Senza analizzare i miti mesopotamici in profondità, vorrei solo notare come sia i Sumeri che i Babilonesi basassero la loro religione sulla fede in una dea madre, una grande dea, madre di tutto quanto esiste, e come a questa dedicassero i più grandi onori e cerimonie.
 
I miti di Ishtar e Tammuz, Inanna e Dumuzi in Mesopotamia, Iside e Osiride in Egitto, Afrodite e Adone in Grecia ripetono tutti il mito primigenio della madre, esistente da sempre, che crea l’universo intero, lo foggia e lo mantiene in vita, resuscitandolo ad ogni stagione. Dee Madri, Veneres, o dee della vegetazione rappresentano tutte lo stesso principio, come si ritrova anche nella grande dea, rappresentata dalla triade divina, nella mitologia celtica.
 
La leggenda di Gilgamesh, il suo viaggio in territori sconosciuti per raggiungere il paradiso in cui vive l’uomo eterno, Uthnapishtin, colui che si è salvato dal diluvio, e che non raappresenta altro che il cammino iniziatico dell’uomo per raggiungere la salvezza e la felicità eterna, è ripetuta innumerevoli volte nelle leggende irlandesi e gallesi sulle quali si fonda la conoscenza attuale della religione dei Celti, naturalmente con particolari diversi dovuti alla loro diversa concezione della vita.
 
Gli eroi celtici compiono il loro viaggio iniziatico alla ricerca del “calderone di Karidwen”, che può offrire l’abbondanza, sanare le ferite e in casi estremi riportare un morto alla vita: non molto dissimile dal “paradiso” e dall’immortalità ricercati da Gilgamesh.
 
La seconda considerazione che mi sorge immediatamente nella mente è che, al contrario delle tradizioni egizie, ebraiche e greco-romane, non esistono presso i Celti miti di creazione: il mondo esiste, non viene creato da una divinità, femminile presso i popoli asiatici almeno in origine, femminile anche presso le popolazioni ebraiche, che però molto prima degli altri popoli la trasformarono in un dio maschile, androgina presso gli Egizi, in modo da includere i due poli naturali della vita.
 
Questa, vale a dire l’assoluta mancanza di miti di creazione, è la sostanziale differenza tra la concezione del divino tra i celti e gli altri popoli, sia asiatici che mediterranei, e sarebbe bene aggiungere a questi anche le popolazioni germaniche.
 
Comprendere la religione dei Celti comporta numerose difficoltà, la prima delle quali può essere accordare l’idea di un pantheon estremamente vario e popolato da circa quattrocento divinità con l’idea base di un unico principio divino. Per far questo bisogna rinunciare alle comuni categorie di giudizio tipiche della tradizione culturale dell’Occidente, che sono il frutto dell’incontro tra il pensiero classico e quello giudeo-cristiano. Per farlo dobbiamo imporci di pensare il divino in termini di incessante evoluzione, cosa questa che esclude la possibilità di porre in rapporto antitetico materia e spirito, così come, contemporaneamente, include l’essere umano in un processo evolutivo analogo a quello seguito dalla divinità.
 
Questo permette di spiegare il motivo per cui presso i Celti non esistessero miti di creazione, perché tutte le esistenze “in corso”, della terra, degli alberi, degli animali, degli uomini comuni, degli eroi e infine degli dei, fanno parte di un continuum, che è costantemente ricreato, poiché si origina da un universo in perpetua evoluzione.
 
A questo concetto si riallaccia l’idea della pluralità dei mondi, del visibile e dell’invisibile, che non devono essere intesi materialmente come luoghi e neppure come un al-di-qua e un al-di-là inconcilabili l’uno con l’altro.
 
Secondo l’insegnamento druidico, esistevano quattro mondi, o cerchi, che rappresentavano piani diversi della manifestazione del divino. Il primo di questi mondi era il “cerchio vuoto”, l’Oiw, regno dell’assoluto; il secondo era il regno della coscienza spirituale; il terzo era il mondo fisico e reale, dove esiste la morte; il quarto era il mondo della materia inanimata ed incosciente, punto di partenza del processo evolutivo, che poteva ricondurre all’Oiw.
 
I druidi, sacerdoti e saggi, insegnavano in primo luogo il rispetto per la natura, non tanto per una forma di ecologismo ante litteram, ma perché concepivano la natura come madre sacra di tutti i viventi. Questo pensiero di fondo faceva sì che, per i Celti, non avesse alcun senso la distinzione tra sacro e profano, materia e spirito, corpo e mente, e che la molteplicità sperimentata dai sensi potesse essere ricondotta facilmente ad un principio unitario.
 
Questo principio unico e increato era appunto l’Oiw, che era circondato da gerarchie celesti che si manifestavano attraverso le forze della natura.
 
Il Sole era il simbolo visibile dell’Oiw ed emanava tre raggi, tre forme di energia, da cui dipendeva l’ordine dinamico del cosmo: amore, forza, conoscenza. La materia era ciò che portava testimonianza di questo dinamismo, con le sue svariate forme ed i suoi diversi aspetti.
 
La ricerca di una via che consentisse all’uomo il passaggio dal mondo fisico, caratterizzato dalla legge della necessità, al mondo spirituale, libero e sciolto da ogni legge immanente, comprendeva il superamento di molte prove e possiamo considerarlo uno dei punti fondamentali della cultura celtica, ed è, tra l’altro, alla base della leggenda del Graal.
 
Derivata da questa concezione del mondo è l’idea che i Celti avevano della morte: secondo la loro interpretazione la morte fisica non era che la cessazione della cooperazione organica tra i quattro elementi, perciò il corpo astrale di un defunto entrava in un mondo invisibile, considerato un’espansione di quello fisico reale, dove conservava la memoria della sua vita terrena. Secondo la tradizione questa memoria spingeva i defunti a ritornare fra i vivi, che li accoglievano serenamente e senza paura o dolore, nel giorno di Samhain (1° novembre). Questa tradizione è stata recuperata dal calendario cristiano nella festa del Giorno dei Morti, il 2 novembre.
 
Con il passare del tempo la coscienza della vita terrena si affievoliva nei defunti, che giungevano ad una seconda morte, dopo di che potevano accedere alla terza, il mondo dell’oblio. A questo punto, secondo il livello di evoluzione spirituale raggiunto durante la vita fisica, passavano al piano della coscienza spirituale e all’immortalità, oppure ritornavano al mondo fisico. Questo ciclo secondo i Celti sarebbe continuato fino a che l’ultimo essere non avesse raggiunto la perfezione e fosse quindi riunito all’Oiw.
 
E’ facile capire il motivo per cui Cesare riferisce che i Celti credevano nella reincarnazione, anche se sembra piuttosto che solo alcuni saggi, particolarmente avanzati nella conoscenza della verità, avessero la possibilità di sperimentare diversi stati spirituali. Si spiegherebbe così anche l’insistenza di molti miti sulla capacità di trasformarsi magicamente in animali, cose o persone diverse: tutto farebbe parte dell’esperienza, collegata al perenne e dinamico divenire dell’Oiw.
 
Secondo la tradizione l’Oltretomba sarebbe un’isola situata all’estremo occidente, oltre l’oceano. Per le popolazioni del Galles, invece, le anime dei defunti dimoravano sull’isola di Avalon, luogo in cui crescevano i frutti che donavano l’eterna giovinezza, l’immortalità e la scienza. Dal momento che i Celti praticamente non ponevano barriere tra il visibile e l’invisibile, questo mondo era facilmente accessibile ai vivi, che credevano di conoscerne le entrate, solitamente poste su colline, vicino a torrenti o nei boschi, tanto che si consigliava ai bambini di non avvicinarsi a questi luoghi, così come anche agli ammalati ed ai deboli, per timore che non avessero energie sufficienti per tornare indietro e vi si smarrissero.
 
All’Oltretomba è collegato il Sidh, ma tra i due luoghi vi sono alcune differenze sostanziali. Sidh significa “pace”, ma anche “collina incantata”, cioé un luogo abitato da esseri invisibili e fatati, che possono normalmente e facilmente accedere ai due mondi, mentre questo passaggio è casuale e in un certo senso pericoloso per gli esseri umani normali. Il Sidh è un mondo felice e gioioso, dove non esistono sofferenze e bisogni e la vita trascorre tra piaceri di ogni tipo. Si trova in ogni luogo e in nessuno contemporaneamente e potrebbe anche essere inteso come il mondo al quale giunge il defunto dopo la terza morte, a patto che in terra sia riuscito a raggiungere il massimo livello di coscienza.
 
Al Sidh, luogo di delizie e di piaceri, è collegata tuttavia anche l’idea di esilio: qui infatti si rifugiarono i Tuatha de Danaan, quando, dopo aver respinto quattro invasioni nemiche, non riuscirono a fronteggiare l’ultima, condotta dai figli di Mil. Si ritirarono quindi nel Sidh, immortali ma sconfitti.
 
Quattrocento divinità sono state enumerate, ma la religione celtica ci appare profondamente unitaria: come non ricordare a questo proposito l’induismo, con il suo dio unico attorniato da circa tre milioni di dei?
 
Le notizie su questo pantheon celtico ci sono in massima parte fornite da Cesare, che dedica alcuni capitoli del suo De bello gallico alla religione delle Gallie, e dai monaci irlandesi, che, subito dopo la cristianizzazione della regione, misero per scritto le tradizioni fino ad allora tramandate oralmente, come era l’uso dei Celti. Anche se queste informazioni potrebbero in qualche misura essere state alterate ideologicamente, tuttavia ci permettono di ricostruire, almeno in parte, la religione celtica e di tracciare una specie di mitologia comparata.
 
Il dio più vecchio, Dispater secondo i Romani, fu spodestato da una generazione di dei più giovani, Lug, Karidwen e Dagda, aggressivi ed ambiziosi, proprio come nella mitologia greca accadde ad Urano.
 
Secondo Cesare, Lug corrisponderebbe a Mercurio ed avrebbe una certa supremazia sugli altri dei. A Lug erano dedicate due della maggiori festività del calendario celtico ed il suo nome è il più ricorrente nei toponimi (Lugdunum per esempio, diventata Lione). Oltre agli attributi dell’Hermes-Mercurio greco-romano, possiede molti degli attributi di Apollo e sempre a Lug sarebbero connessi Keraunos, il dio cornuto, Taransi o Taraunos, il dio delle tempeste, e Belenos, il luminoso.
 
A Lug era associata, come ad Apollo Artemide, Karidwen, che rappresenta l’archetipo della grande madre, persino superiore a Lug stresso, e che indica la sopravvivenza nella società celtica della concezione matriarcale del divino. Karidwen, nella persona di Artio, diviene la dea della natura intonsa e selvaggia, ed appare nella forma di un’orsa (artos significa orso, come è ricordato nel nome del mitico Artù).
 
Nella forma di Epona, la dea cavalla, conferisce la sovranità ed è estremamente interessante notare come il potere giunga all’uomo tramite una divinità femminile, così come in tutte le favole indoeuropee l’eroe deve sposare la figlia del re per raggiungere la regalità. Epona, inoltre, può prendere la forma di un fiume in piena, riallacciandosi all’idea della fertilità. Altre personificazioni di Karidwen erano Rhiannon, la regina della morte, Morrigain, la maga, Coventina, collegata ai pozzi sacri e regina della poesia e dell’arte profetica, ed infine Brigid o Brigt, la brillante, cristianizzata come Santa Brigida e ancora oggi molto onorata in Irlanda.
 
Karidwen, la dea madre, era anche associata in modo particolare con la luna e comprendeva le tre forme di questa: la Vergine (luna nuova), la Madre (luna piena) e la Maga (luna calante).
 
L’ultima divinità della triade principale è Dagda, dio degli inferi, simile ad Ade, ma con caratteristiche anche di Poseidon, inoltre è  rappresentato zoppo, quindi può far pensare anche ad Efesto. Non dà origine a molte altre divinità, ma Cesare afferma che era oggetto di grandissima venerazione.
 
Uno dei punti più interessanti della mitologia celtica è quello che potremmo chiamare la “dominante notturna”. La maggior parte dei riti, infatti, si svolgeva durante la notte e le ore dopo il tramonto del sole, o subito prima dell’alba, erano considerate le più propizie per leggere il futuro. Dal momento che il sole era considerato il simbolo visibile dell’Oiw e il centro di ogni perfezione, questo fatto sembrerebbe essere una contraddizione.
 
In realtà è perfettamente logico, se consideriamo il modo di vivere e concepire il sole che avevano i Celti: infatti ne coglievano anche le caratteristiche distruttive, come le siccità terribili, che dal XIII secolo a.C. in poi avevano devastato l’Europa e che probabilmente erano rimaste nella memoria collettiva della popolazione, dando vita al grande rispetto religioso per l’acqua (fiumi, laghi, stagni: tutti erano considerati sacri), considerata elemento principale di fertilità; per la terra, fecondata dal sole, ma madre effettiva di tutte le creature; per la luna, collegata al ciclo eterno di nascita, morte e resurrezione.
 
Per chiarirne ancora il ruolo, si consideri che per i Celti il sole, dopo il tramonto, compiva un viaggio agli inferi, nel mondo delle tenebre e riappariva all’alba del giorno successivo dopo “aver fatto morire” le stelle.
 
E’ importante ricordare ancora che Karidwen, che incarna l’archetipo materno, quindi è a tutti gli effetti una dea madre, presenta immagini di luce e immagini di tenebre insieme, secondo la dicotomia tipica di queste dee, datrici di vita ed allo stesso tempo di morte.
 
Anche Dana, madre dei Tuatha de Danaan, la popolazione divina rifugiatasi nel Sidh, è collegata con la luna e sembra essere in relazione con la Diana italica, che, prima di essere identificata con la greca Artemide, aveva la supremazia sul dio del sole stesso.
 
Questi sono solo alcuni esempi, tuttavia potrebbero essere sufficienti a spiegare il fenomeno delle “Madonne Nere”, che troviamo sparse su tutti gli antichi territori celtici, dall’Irlanda, alla Francia (Chartres, Vichy, Le Puy, Marsiglia) all’Italia del Nord (Oropa, Madonna della Neve, Loreto): si collegherebbero ai tre aspetti di Karidwen (vergine, madre, maga), l’aspetto femminile dell’Oiw, che era venerata dai Celti comer Dea Bianca (la luna nuova) e come Dea Nera (la luna calante), dea della morte e della profezia.
 
Le numerose divinità celtiche devono essere interpretate alla luce di una profonda identificazione con la natura, tanto che il contatto con il divino si effettuava nei boschi, sulle alture, presso i laghi o gli stagni, le sorgenti, le grotte, che permettevano di avvicinarsi al grembo della terra. Il bosco era il luogo sacro per eccellenza, anche se menhir, dolmen e cromlech venivano usati nei riti perché segnalavano la via più diretta verso dio, scoperta dagli antenati che per primi avevano abitato quei luoghi.
 
Il simbolo dell’albero della vita è presente praticamente in tutte le tradizioni mitologiche e rappresenta l’esistenza nella sua totalità, essendo il prodotto dell’unione tra la terra, dove affondano le sue radici, e il cielo, dove si espandono i suoi rami. L’albero, maschile nel suo tronco, ma femminile nella sua capacità di generare frutti, riunisce in sé i due sessi e come ogni immagine androgina è un simbolo di unità.
 
I Celti, con la loro particolare idea spirituale della natura, attribuirono all’albero un ruolo importantissimo nella loro visione del mondo e nelle loro pratiche religiose.
 
Tempio degli dei e luogo privilegiato per i culti era il bosco e nelle sue radure i druidi impartivano i loro insegnamenti.. Una delle piante che erano considerate particolarmente significative era la quercia, il cui nome in gaelico significa anche “porta”. Infatti la sapienza druidica permetteva di superare l’esperienza puramente fisica della realtà e di raggiungere la consapevolezza spirituale creando in questo modo un varco, una “porta” quasi, tra i due mondi e gli alberi, la quercia in particolare, agivano da catalizzatori delle energie psichiche. La quercia era anche associata a Brigid, che come Santa Brigida è ancora particolarmente onorata a Kildare, il cui nome significa in irlandese “chiesa delle querce” a Taransi, il dio del fulmine; a Dagda, che possedeva una mazza costruita con legno di quercia, per mezzo della quale apriva per i vivi la porta della morte e al contrario poteva riaprire la via verso la vita per i morti.
 
Un’altra pianta sacra ai druidi era il vischio, considerato un’emanazione celeste, perché come parassita della quercia non ha bisogno di radicarsi in terra. Il vischio era usato in relazione ai riti del cambiamento del ciclo annuale, in questo caso il solstizio d’inverno, dal momento che è una delle pochissime specie che germoglia nella stagione fredda, in cui la terra sembra morta.
 
La betulla era considerata un simbolo del femminile, per l’aspetto lunare della sua corteccia, oltre che simbolo della conoscenza e della creatività.
 
Il salice e l’ontano indicavano i poteri della luna e dell’acqua, ed erano considerati fonte di ispirazione poetica, mentre il nocciolo, flessibile, resistente e produttore di frutti molto nutrienti, rappresentava la saggezza. Il tiglio, invece, era simbolo dell’amore coniugale e dell’amicizia.
 
Quercia, vischio, betulla, salice e ontano rappresentavano per i Celti l’archetipo femminile, mentre quello maschile era rappresentato da alberi che avevano frutti rossi, il colore del sangue e del fuoco.
 
Uno era il sorbo, i cui frutti, con le mele e le noci, erano considerati divini. Sempre al sorbo era collegato il potere della divinazione e la capacità di proteggere dagli incantesimi negativi e dai fulmini. Assimilati al mondo degli uomini e dei guerrieri erano l’agrifoglio e il frassino, usato per costruire armi.
 
L’abete era considerato l’albero della nascita per eccellenza, simbolo che si è  conservato nella tradizione natalizia attuale. Anche il melo selvatico era considerato particolarmente sacro e lo si trova menzionato molto sovente nei miti e nelle leggende.
 
Pur senza dar vita ad una dicotomia drastica, esistevano anche alberi che possedevano un potere negativo e tali erano il tasso ed il sambuco. Il tasso era associato alle tenebre ed alla morte, perché con le sue foglie i guerrieri facevano una poltiglia velenosa e vi intingevano le frecce: nel medioevo il tasso si trova costantemente associato alla stregoneria.
 
Il sambuco, invece, incuteva paura non tanto perché si diceva crescesse presso le vie di ingresso del Sidh, ma perché a causa delle sue bacche nere ricordava l’aspetto oscuro della dea della luna ed il suo potere mortale.
 
Anche le manifestazioni più umili del mondo vegetale erano circondate da significati sacrali, come ad esempio il giunco, perché collegato alla fertilità dell’acqua, la ginestra, che arricchisce i terreni poveri, l’erica, il cui polline produce un ottimo miele, e infine il trifoglio, oggi simbolo dell’Irlanda, e anticamente caro in modo particolare ai druidi, come manifestazione compiuta della triade divina.
I druidi controllavano la vita pubblica e privata del popolo ed insieme con i cavalieri erano considerati al vertice della società.
 
Le loro prerogative erano vastissime: presiedevano non solo ai culti, ma anche esercitavano la loro autorità nella sfera morale e in quella culturale. Erano sacerdoti, indovini, interpreti dei segni divini, giudici, maestri e uomini di scienza e sarebbe senz’altro troppo riduttivo definirli semplicemente sacerdoti, o, come alcuni vorrebber0, primitivi sciamani.
 
Il druidismo costituì una caratteristica del tutto originale del mondo celtico e fu un elemento unificante in mezzo al particolarismo tribale delle numerose popolazioni che si estendevano dall’Europa del Nord alla Galizia. Cesare ci riferisce che la gente accorreva in gran numero presso le scuole druidiche (l’insegnamento avveniva all’aperto, sovente nei boschi) e che alcuni restavano alla scuola anche dopo i vent’anni.
 
La trasmissione del sapere era prevalentemente orale e basata sull’esercizio della memoria. Lo scopo principale dell’insegnamento era la conoscenza della natura, delle sue energie telluriche e cosmiche, delle sue leggi e dei suoi ritmi. Questo tipo di insegnamento creava un rapporto molto intenso, rispettoso e armonioso con la natura e l’ambiente, che può trovare paragone solo con la cultura delle Prime Nazioni del Nord America.
 
Ho iniziato parlando di miti celtici, ma non ne ho parlato per nulla, né li ho riassunti o commentati: questo perché ho preferito mettere un poco di ordine nelle poche informazioni dirette che si hanno del mondo spirituale celtico, in modo da evidenziare quale fosse la concezione della vita e dell’esistenza in generale che avevano questi nostri antenati, troppo spesso messi da parte e quasi dimenticati in favore della gloria di Roma e delle culture successive.
 
Ho cercato di scoprire il significato dei miti, di interpretarli, di estrarne l’anima più riposta, in modo da ricavare un quadro, forzatamente incompleto, del sistema ideologico celtico.
 
BIBLIOGRAFIA
 
Agrati, G.  M.L. Magini. I racconti gallesi del Mabinogion. Milano: Xenia, 1982.
De Galibier, J. I Celti. Aosta: Keltia, 1009.
—. I Druidi. Aosta: Keltia, 1998.
Frazer, J. Il ramo d’oro. Torino: Boringhieri, 1996.
Gregory, Lady. Cuchulain of Muirthemne. New York: University Press, 1970.
—. Gods and fighting men. New York: University Press, 1970.
Hetman, f. Fiabe celtiche. Milano: Mondadori, 1996.
Kruta, V. E V.M. Manfredi. I Celti in Italia.Milano: Mondadori, 2001.
Layard, J. I Celti alle radici di un inconscio europeo. Milano: Xenia, 1995.
Maclean, M. The Literature of the Celts. Reading: Cox & Wyman, 1998.
Markale, j. Il druidismo. Milano: Mondadori, 1995.
Rolleston, T.W. I miti celtici. Milano: Tea, 1998.
Vasconi, M. Miti dei Celti. Colognola ai Colli (VR): Demetra, 1999.
 

martedì 22 marzo 2016

La Lezione dell'Impermanenza

Tutte le esistenze, gli oggetti, in una parola i fenomeni, sono manifestazioni momentanee, lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento singolo, dato che scompaiono non appena sono comparsi, per essere seguiti da un’altra esistenza nel momento seguente.
 
Impressionato dalla transitorietà e dall’incessante mutazione e trasformazione dei fenomeni, Shakyamuni Buddha li considera forze, movimenti, sequenze e processi, adottando così una concezione dinamica della realtà. Il mutamento, il divenire, è la consistenza stessa della realtà.
 
Qualunque fenomeno abbia una causa deve perire, perché contiene in se stessa l’implicita necessità della dissoluzione.
 
Nel mondo non c’è né permanenza né identità. Non vi è nulla di stabile, di duraturo e di permanente.
 
Tutto cambia d’istante in istante, come il corso d’una cascata che - benché ci appaia sempre uguale - è tuttavia in continuo cambiamento, poiché l’acqua vi si rinnova incessantemente e non una goccia resta al suo posto.
 
Impermanenza significa che tutti i fenomeni (cose, esseri, sensazioni, emozioni, pensieri, situazioni) sono soggetti al nascere e morire.
 
Tuttavia, senza l’impermanenza, la vita non sarebbe possibile: un seme di grano non potrebbe crescere, un bambino non potrebbe invecchiare, ammalarsi e morire.
 
Anche la nostra personalità, il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale ed ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici interconnessi e in relazione tra loro. L’individuo è solo una combinazione di forze e energie psico-fisiche in continuo mutamento.
 
Cosa ci insegna l’impermanenza?
 
L’impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Noi soffriamo non perché l’impermanenza sia di per sé sofferenza, ma perché non riusciamo ad accettare che le cose cambino.
 
Secondo l’opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l’impermanenza no.
 
In realtà, invece, l’unica cosa durevole è paradossalmente proprio l’impermanenza. E la nostra lotta per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare. L’errore sta nel fatto che - per essere felici - ci afferriamo a ciò che è per natura inafferrabile.
 
L’insegnamento del Buddha sull’impermanenza e sul non io è una chiave per considerare le cose per quelle che sono: la povertà non è meno transitoria della ricchezza, la stupidità non lo è meno della saggezza. Una tale visione ci libera dall’attaccamento alle cose del mondo e ci infonde il coraggio di affrontare - senza avversione - gli inevitabili cambiamenti che intervengono nella vita : dalla perdita della giovinezza (e della vita stessa) ai mutamenti legati agli affetti, al lavoro, alla salute.
 
Comprendere l’impermanenza porta ad accettare il presente, il “qui ed ora” senza dar spazio e proiezioni al  futuro e senza “ricamare” sui ricordi del passato. E siccome è sempre il momento presente, accettare il presente significa accettare la vita.
 

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